Alessandro D’Alatri, classe ’55, noto regista, sceneggiatore e attore italiano. Nato a Roma, inizia ad affacciarsi nel mondo dello spettacolo fin da giovanissimo, fino a comporre progetto dopo progetto una carriera invidiabile. Tra i suoi ultimi progetti ricordiamo la seconda stagione de “I Bastardi di Pizzofalcone” e “Il Commissario Ricciardi” per la tv e “The Startup” per il grande schermo.
Ora ha deciso di tornare nelle case degli italiani con un progetto inedito, una commedia adolescenziale e non solo che illustra più sfaccettature del mondo della scuola, per poterle attribuire nuovamente un ruolo fondamentale nella società, che da molto, troppo tempo si stava perdendo di vista. Con lei e i suoi ragazzi a far da protagonista è la filosofia, disciplina alla base di ogni ragionamento esistenziale tipico di un periodo incerto come quello della gioventù. Ad accompagnarlo in questo progetto volti noti come Alessandro Gassmann, Claudia Pandolfi, Francesca Cavallin e Christiane Filangeri (QUI la nostra intervista), ma anche tanti ragazzi emergenti e alle prime esperienze attoriali come Nicolas Maupas, Damiano Gavino, Francesca Colucci e Simone Casanica.

Per scoprire meglio di cosa si tratta e conoscere le idee del regista a riguardo, abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con lui…

Alessandro D’Alatri, torna in Tv con la fiction “Un professore”. Cosa l’ha spinta a collaborare ad un progetto del genere, interamente dedicato ai ragazzi di oggi e al loro rispettivo confronto con il mondo adulto? E come mai è stato scelto che Dante, il protagonista interpretato da Alessandro Gassmann, insegnasse proprio una disciplina come filosofia?
Si tratta di un progetto ispirato alla commedia italiana, proprio incentrato sull’interessante confronto tra più generazioni e perciò rivolto soprattutto ai più giovani e alle loro famiglie. Primo protagonista ne è il ragionamento logico, fondamentale in una società dove sembra essere un elemento sempre più trascurato. Non a caso è stato scelto che Dante insegnasse una disciplina come la filosofia, a capo di tutti quei ragionamenti presenti soprattutto nel profondo di ogni adolescente, proprio come quelli presenti nella serie. Ho trovato rilevante esprimerli, concretizzarli e così facendo donare messaggi morali ai nostri telespettatori. Nel complesso si tratta di una serie comica e leggera ma mai superficiale, che vuole invitare a fermarsi a riflettere sui dubbi più comuni posti alla base di ognuno di noi.

Molti ragazzi del cast della serie sono alle prime esperienze attoriali. Com’è stato dirigerli?
Straordinario. Sul set si è creato un clima di una vera e propria classe scolastica dove io per primo mi sentivo il professore di ognuno di loro. Alcuni ragazzi erano già più navigati a riguardo, come Nicolas (Maupas, ndr), mentre invece molti altri nemmeno avrebbero mai immaginato di ritrovarsi in un ambito simile, come Damiano (Gavino, ndr), il ragazzo che interpreta Manuel. Questo però non è stato affatto un problema per la troupe, anzi è diventato uno stimolo. Abbiamo effettuato le riprese principalmente nel periodo in cui le scuole erano chiuse per via dell’emergenza sanitaria e questo ci ha aiutato a creare un clima ancor più sincero, elemento che secondo me arriverà al pubblico e potrebbe essere fondamentale per segnare il successo di questo progetto.

Ritiene che questi ragazzi di oggi possano avere buone potenzialità per riscattare la fama di “generazione zeta” che la società attribuisce loro?
Ma certo che ce l’hanno. Ritengo che oggi si abbiano ragazzi con grandissime potenzialità, purtroppo non viste come dovrebbero dalla società. Si tratta di una generazione che viene vista solo come fonte di consumazione e superficialità, concetto per me completamente errato. Io ho occasione di collaborare con loro anche in corsi di formazione o workshop appositi e noto la loro grande voglia di mettersi in gioco, di imparare e mostrare le loro doti.

Rimanendo sul tema adolescenziale, c’è un ragazzo presente nella serie in cui si rivede maggiormente, in riferimento al suo periodo scolastico?
Beh sicuramente mi schiero dalla parte dei ragazzi. Ripensando a quel periodo della mia vita mi identifico subito in Manuel. Ho vissuto la scuola degli anni ’70 ed ero il tipico ragazzo anarchico che viaggiava con l’autostop, dormiva in posti improbabili e ero un fanatico della musica rock. Abbiamo in comune il rischio e la volontà di scoprire il mondo contro ogni convenzione sociale. Anche Simone è un personaggio che mi sta molto a cuore, avevo un amico simile a lui che trascinai con me nelle varie avventure giovanili.

“Un professore” è un progetto ben diverso da “Il Commissario Ricciardi”, altro suo grande successo di Rai 1. Pensa che sarà in grado di attirare numeri e fasce d’età eguagliabili?
Ricciardi è stato un progetto in cui ho creduto molto, si narra di un personaggio in un periodo molto spesso trascurato. Gli anni ’20 del fascismo sullo sfondo di Napoli, mai raccontata sullo schermo in quel periodo storico, che accompagnano questo investigatore a dir poco particolare, in grado di trattenere i suoi sentimenti terreni per instaurare un rapporto tra la vita e la morte. Dando un’occhiata agli ascolti della prima puntata di “Un Professore” noto che si ha una fascia piuttosto elevata di pubblico laureato, femminile e molti giovani e anziani. Mi immagino intere famiglie al completo alla visione di questo mio progetto e ne sono molto felice, non è semplice da verificarsi con le piattaforme streaming che esistono oggi.

Riguardo alla sua carriera, ha un progetto che aspetta di realizzare da tempo, ma che è ancora un sogno nel cassetto? E c’è invece qualcosa che tornando indietro nel tempo non rifarebbe?
Attualmente c’è in scena un mio spettacolo teatrale a Napoli: “Mettici la mano”, una sorta di spin-off di Ricciardi ambientato negli anni ’40, con colui che nella serie interpretava il brigadiere Maione. Guardando avanti, mi piacerebbe riaffacciarmi al mondo del cinema che da qualche tempo ho trascurato e indubbiamente mettermi in gioco con la mia scrittura. Sono sempre stato pronto ad accogliere qualsiasi progetto con un motivo valido dietro, capace di catturare la mia attenzione e la mia curiosità perciò, se dovessi invece guardare indietro non rinnegherei nulla, ho sempre creduto nei miei lavori.

Silvia Bulzomi

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