Dalla provincia torinese alle luci della ribalta: è da Trofanello, infatti, che ha inizio la storia di Giorgio Lupano, uno dei volti più noti del piccolo schermo e non solo. Classe 1969, si diploma alla Scuola del Teatro Stabile di Torino nel ‘93, nascendo artisticamente come attore di teatro, ma intraprendendo ben presto anche la strada del cinema e della televisione. Uno dei suoi primi ruoli importanti risale al 2000, quando recita nel film “Il manoscritto del Principe”, diretto da Roberto Andò, regista con il quale collabora nuovamente nel 2004 in “Sotto falso nome”.
Il talento di Giorgio Lupano sbarca anche all’estero con pellicole come “Uragano” (2007) e “The International” (2009). Tra i numerosi lavori televisivi ricordiamo, invece, la miniserie “Regina di Fiori”, il telefilm “R.I.S – Delitti imperfetti” e la serie “Paura di amare”. Attualmente lo vediamo nei panni del Ragionier Luciano Cattaneo nella serie di Rai 1 “Il Paradiso delle Signore”, con cui è impegnato proprio in questi giorni per le riprese dei nuovi episodi. Dalla nostra piacevole chiacchierata si delinea il profilo di un attore instancabile, che conserva sempre un’idea nel cassetto nell’attesa di tirarla fuori al momento giusto.

Durante la tua carriera hai avuto modo di prender parte a produzioni straniere. Quali differenze hai riscontrato rispetto alla realtà cinematografica italiana?
In generale il mondo dello spettacolo, lo show business, è considerato un vero e proprio business all’estero, una reale forma di guadagno. Sui set ci sono il doppio delle persone rispetto a quelle che lavorano sui nostri, il doppio delle attrezzature. Gli investimenti sono maggiori perché si può potenzialmente guadagnare di più. Questa visione del cinema e della televisione come industria da noi è un po’ più limitata. Ho recitato, ad esempio, nella serie Tv “Hannibal” e nel film “The International” ed è sicuramente una delle prime grandi differenze che ho riscontrato subito, non appena arrivato sul set. Lavorativamente parlando, si tratta sempre di recitare ed è un qualcosa di artigianale: quando dicono “Azione” sei tu davanti alla macchina da presa, tu devi interpretare un personaggio e calarti nella parte.

Se non avessi fatto l’attore, quale strada pensi avresti seguito?
Me lo chiedo spesso! Da piccolo volevo fare qualsiasi cosa, come ogni bambino d’altronde: dal geologo all’entomologo, all’astronauta. Quando ho iniziato la scuola di recitazione ero iscritto alla facoltà di Scienze Naturali, quindi probabilmente avrei continuato in quell’ambito. Ho dovuto lasciare l’università perché il lavoro dell’attore ti occupa tanto tempo, capita spesso di essere in tournée e ricordo che era diventato difficile conciliare studio ed impegni. A 16 anni ho detto ai miei genitori che volevo fare l’attore e loro hanno capito subito che non si trattava del capriccio di un ragazzino, percependo la mia determinazione e passione. Sono stati comprensivi e anche coraggiosi considerando l’epoca, gli anni ‘80, in cui si poteva ambire al cosiddetto posto fisso. Finite le superiori, avevo un diploma da perito elettrotecnico e avrei potuto cominciare un lavoro e andare avanti senza problemi. Loro hanno accettato la mia scelta di voler intraprendere una professione incerta perché ero mosso da un interesse vero. Sapevo che volevo stare sul palco e non in platea.

C’è un ruolo che vorresti interpretare e che non ti hanno ancora proposto?
Come diceva un mio professore “Ognuno è fabbro della propria fortuna”, quindi, in un certo senso, il ruolo che ancora non mi hanno offerto sono io a doverlo cercare. È successo che qualche anno fa avevo in mano il testo teatrale “Figli di un Dio minore”, sono andato da un produttore con una proposta, poi da un altro, li ho riuniti perché realizzassero una coproduzione e alla fine ne è venuto fuori uno spettacolo bellissimo che ha girato due anni in tournée. Se c’è qualcosa che mi piace tanto non aspetto che sia qualcuno a propormela, nessuno di noi dovrebbe farlo. Dovremmo essere i fabbri del nostro destino, prendere in mano le cose che ci interessano veramente e realizzarle, renderle concrete.

Qualcuno invece nel quale ti sei rispecchiato maggiormente?
Beh, lo Sherlock Holmes che porterò in teatro è un personaggio fortemente intuitivo e deduttivo, quindi un ragionatore, uno che osserva molto. Io osservo tantissimo, anche perché fa parte del mestiere dell’attore osservare gli altri. In questo posso dire di aver trovato una certa similitudine.

Nasci come attore di teatro, ma lavori anche in tv e al cinema. Provi emozioni diverse prima di salire su un palco in teatro rispetto a quando reciti davanti ad una macchina da presa?
Noi attori dobbiamo raccontare una storia, il mezzo che utilizziamo può cambiare ma lo scopo resta lo stesso. Se siamo sul palco utilizziamo altri mezzi rispetto a quando siamo davanti alla macchina da presa: in teatro utilizziamo tutto il nostro corpo, mentre al cinema e in tv siamo inquadrati fino al nodo della cravatta, moduliamo la voce in modo diverso perché abbiamo il microfono molto vicino e non dobbiamo farla arrivare fino all’ultima fila. A livello di emozioni non c’è differenza, è come uno scrittore che si accinge a scrivere un libro: può scegliere di scriverlo a mano, a macchina o di dettarlo ma alla fine quello che conta sono le parole che ha messo nero su bianco. Anche noi possiamo veicolare emozioni al cinema, in tv o a teatro, ma non c’è una cosa più facile, più difficile o più emozionante dell’altra. Non esiste un mezzo migliore, noi dobbiamo creare emozioni col mezzo che ci danno a disposizione.

Esattamente un mese fa hai compiuto 50 anni, il fatidico traguardo del “mezzo secolo di vita”. Se dovessi tirare le somme, ti considereresti soddisfatto delle esperienze vissute fino ad oggi? C’è qualcosa che cambieresti o che faresti in modo diverso (lavorativamente e personalmente parlando)?
Sono molto contento e soddisfatto di quello che ho fatto e ottenuto finora. Non cambierei assolutamente nulla. Sono servite anche le esperienze negative che ho vissuto negli anni e che hanno poi avuto un capovolgimento positivo. Per questo, rinnegare un avvenimento negativo adesso significherebbe rinunciare a ciò che di buono ha portato.

Hai affermato di essere molto riservato sulla tua vita privata. Quant’è difficile (se lo è) trovare il giusto equilibrio tra vita professionale e privata? In che modo i social per te hanno modificato il mondo della comunicazione e tu come li vivi?
Sta a noi decidere quanto e cosa condividere con gli altri. Su Instagram mi piace postare i momenti sul set o con gli amici o un bel panorama. Credo che i social network abbiano complicato un po’ le cose: esprimere la propria opinione è un diritto legittimo, il problema subentra quando si manca di rispetto e si superano determinati limiti. I famosi haters passano il tempo ad insultare e questo è il rovescio della medaglia della facilità e della velocità con cui si comunica oggi, con cui possiamo farci conoscere e veicolare messaggi.

Ultima domanda di rito: quali sono i tuoi progetti futuri?
Appena finiscono le riprese de “Il paradiso delle signore”, sarò impegnato a teatro con lo spettacolo “Sherlock Holmes e i delitti di Jack lo Squartatore”, che partirà da Roma a metà febbraio e si concluderà ad aprile. La pièce verrà poi ripresa in un secondo momento in autunno, ma non si sa ancora con precisione quando. E come ti dicevo prima, ho sempre un cassetto che aspetta di essere aperto e chissà che non trovi il tempo per farlo ed iniziare qualcosa di mio…

Gerarda Servodidio

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