La docu-fiction prodotta da Rai Fiction in collaborazione con Tv AuroraAldo Moro – Il professore”, interpretato da Sergio Castellitto, è diversa da tutte le altre realizzazioni cinematografiche realizzate finora. Al di là dei contenuti di cronaca, l’idea originale della produzione Rai è di restituire al pubblico un’immagine di Moro finora rimasta censurata. È tempo di riscoprirla a 40 anni dalla sua morte. Eleonora Andreatta, direttrice di Rai fiction e Francesco Miccichè il regista, hanno fatto emergere il professore universitario che non si nascondeva dietro al buon politico e all’eccezionale statista che è stato Aldo Moro, ma queste modalità attraverso cui si mostrava nella società più allargata ─ la totalità dei pubblici cittadini ─ convivevano con la prima, riservata perlopiù agli studenti.
Forse l’impresa di Sergio Castellitto sarebbe stata ancor più ardua nel caso in cui avesse dovuto interpretare solo l’immagine pubblica di Aldo Moro. Miccichè ha dichiarato con estrema semplicità, durante la conferenza stampa che la mimesi della postura da parte dell’attore è passata attraverso un “movimento di spalle”.
Effettivamente la voce e la fisicità di Sergio Castellitto non si sono impegnate ad avvicinarsi al soggetto del documentario. Ad essere catturata dall’obiettivo della macchina da presa è la rievocazione perfetta della sfera delle relazioni umane che il professore aveva con i suoi allievi. Aldo Moro ha fatto della sua professione una pratica di vita. Non credeva semplicemente, ma pensava risolutamente che fosse lo spirito di comunità a fare i cittadini, e che solo la conoscenza costruita sulla dialettica, sulla condivisione e il confronto tra opposti potesse aspirare ad un pensiero inclusivo in cui ci fosse spazio per ogni differenza. Aiuto prezioso e insostituibile nella delineazione della figura del docente universitario è stato Giorgio Balzoni, un ex allievo della classe di diritto penale. Ha dichiarato, durante la conferenza stampa, che l’Aldo Moro con cui lui si è interfacciato era davvero come appare nella ricostruzione.
Quando si vuole ripercorrere una biografia non soltanto verosimile ma vera perché realmente accaduta e non semplicemente ispirata alla realtà (i riferimenti a persone e cose puramente casuali delle fiction), non vanno sottovalutati gli spazi in cui la vicenda ha preso vita. Le mura, i corridoi, le aule della facoltà di Scienze politiche de La Sapienza non sono solo la scenografia degli spezzoni cinematografici che hanno arricchito le informazioni del documentario. Aver reso quei luoghi nuovamente parte attiva di un’operazione culturale alla stregua di quella che il professore Aldo Moro ha intrapreso nella prima università di Roma li rende spiritualmente vivi come un semplice dossier non saprebbe fare.
Molte sono le testimonianze narrate, molti i volti che hanno nutrito la ricostruzione storica raccolta ne “Aldo Moro – Il professore”, da ex alunni a personalità della politica italiana, e tutti vanno nella medesima direzione, sintetizzabile in un vero e proprio aforisma enunciato nella docu-fiction da un suo vecchio studente: “Quando parlavano i politici era cronaca, quando parlava Aldo Moro era storia“. Affermando che la fotografia è la prima forma di biografia, lo sceneggiatore Franco Bernini dimostra di allinearsi perfettamente con gli effetti che il documentario riescono ad esercitare persino su chi ha avuto modo di approfondire il rapporto con Moro in prima persona. La forza comunicativa di “Aldo Moro ─ Il professore” è nel continuo rimpallo tra i diversi registri narrativi, in cui spezzoni prettamente filmografici si fanno storia vissuta e la narrazione cronistica tramite interviste, ritagli di giornale e registrazioni telefoniche diventa commovente quasi per contagio. Tanto la sua permanenza su questa terra quanto la sua dipartita sono state oltremodo segnanti per la storia italiana. Non c’è persona che abbia vissuto quegli anni che non ricordi cosa stesse facendo il 16 marzo del 1978. È stato il nostro 11 settembre. Come ha saggiamente sottolineato Sergio Castellitto, l’omicidio di Aldo Moro è stata una grave perdita culturale per l’Italia, privata di un uomo saggio che avrebbe continuato a dare il suo prezioso contributo per la formazione di coscienze per almeno altri 20 anni. E con il suo operato è praticamente certo che tante altre vicende politiche non avrebbero avuto modo di verificarsi. Ma la storia si fa con i fatti. E non c’è altro modo per sanare, almeno parzialmente, la ferita sociale e culturale, lasciata sanguinante ad infettarsi dall’epoca dell’omicidio di Moro, che dare ai cittadini la verità. Solo così il lutto sarà elaborato e forse si potrà procedere da uno stallo in cui si è impantanata la memoria collettiva, sia quella di chi ha vissuto la tragedia di quei giorni, ma anche di chi l’ha solo sentita narrare. Fino ad allora l’esempio di Moro, portato a compimento con il sacrificio, rimarrà inascoltato perché non ci sarà nessuno pronto a raccoglierlo, messaggio che viene rappresentato perfettamente dalla metafora cinematografica nella scena finale.
Un documentario per tutti, per chi ha già studiato tanto e per chi non l’ha ancora fatto, “Aldo Moro – Il professore” andrà in onda martedì 8 maggio in prima serata su Rai1, anniversario della sua morte.

Emanuela Colatosti

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