Siamo andati a vedere “Dorian – La bellezza non ha pietà” al Teatro Sistina, un musical prodotto da Pierre Cardin coadiuvato dal nipote Rodrigo Basilicati, con la regia di Emanuele Gamba e le musiche originali di Daniele Martini. Voleva essere un modo speciale di celebrare i 70 anni di carriera di Pierre Cardin, uno stilista che ha rivoluzionato la storia della moda.
Cardin ha attinto a piene mani dalle competenze ingegneristiche del nipote, Rodrigo Basilicati, che ha curato la realizzazione di una scenografia che, tra installazioni mobili e luci, ha saputo stupire il pubblico per funzionalità ed originalità.
Sicuramente una cura così minuziosa del dettaglio scenico avrebbe potuto contribuire ad una rappresentazione originale di una storia nota ai più. La favola di Dorian Gray, il romanzo più famoso dell’irlandese Oscar Wilde, è ormai entrata nell’immaginario collettivo. È una scelta coraggiosa quella di portare un classico della letteratura sul palco perché trasforma magicamente un banale estimatore di teatro in un severo ed esigente critico di settore.
In “Dorian – La bellezza non ha pietà” Federico Marignetti, ballerino e cantante, accompagna il pubblico nelle contraddizioni interiori che tormentano la vita del giovane nobile di Londra dal primo incontro con Sir Henry Wotton, tipico dandy cinico della società vittoriana. Attraverso l’aiuto di voci fuori campo, in scena viene rappresentato il famoso episodio consumato nel giardino di casa di Basil Hallward, il pittore amico di Dorian che voleva rendere la sua bellezza eterna ed immutabile. Interessante l’installazione rotante sulla scena che rappresenta in modo originale la casa di Dorian e la soffitta. Fin dal primo momento, nonostante le voci fuori campo, ad essere in scena sono sempre in due: Federico Marignetti, che rappresenta la coscienza di Dorian e Marco Vesprini, che avrebbe dovuto rappresentare l’anima del protagonista della tragedia. Non è stato semplice capire, al principio, chi interpretasse il corpo cosciente ed agente di Dorian e chi invece stesse impersonando la sua anima, soprattutto perché il monologo, recitato e cantato, era retto esclusivamente da Federico Marignetti, mentre la sua ombra inizialmente vagava senza tregua alcuna sul palco.

Il protagonista ha condiviso con il pubblico tutta la sua vicenda interiore: il patto stipulato con il quadro affinché quest’ultimo si facesse carico delle brutture del tempo, dei segni riconoscibili della perversione e dei vizi; l’incontro con il suo primo amore, l’attrice Sybil Vane, sfumato di fronte ad una sua mediocre performance teatrale e sbriciolatosi per la morte prematura della giovane; il confronto con Basil Hallward, demiurgo inconsapevole della perversione dell’amico, per mano del quale è stato ucciso per aver reso indelebile la sua bellezza innocente su una tela; l’ultimo incontro con Sir Henry Wotton, tentatore consapevole che gli ha mostrato la strada dell’amoralità senza averla mai seguita fino in fondo. Questi sono i momenti salienti del romanzo che sono stati rappresentati sul palco del Sistina.
Il monologo interiore non spiega la presenza della sua anima sul palco: i momenti dell’interazione tra l’anima del quadro e il corpo cosciente di Dorian si limitano ad un’osservazione dall’alto dell’installazione da parte dell’anima, ad una reclusione sottochiave nella soffitta dell’anima stessa e nel macchiare di sangue il corpo di Marco Vesprini da parte di Federico Marignetti. Forse per rendere più dinamico il monologo tra le due parti di Dorian, anima e corpo cosciente, sarebbe stato funzionale rielaborare il copione in maniera diversa, a costo di prendersi licenze poetiche, dando vita a un vero e proprio dialogo e inscenando una schizofrenia. L’utilizzo delle voci fuori campo per i ruoli fondamentali di Basil e Sir Henry suggerisce che una loro presenza sul palco non sarebbe stata fuori luogo, altrimenti si sarebbe potuto ricorrere ad un espediente narrativo sostenuto dal protagonista. La piece si è conclusa con il pentimento, perché non portare i segni del proprio vissuto significa essere ingabbiato in un eterno presente che non permette di costruire una vita con nessuno fuorché se stessi. L’elogio finale è un compianto dell’amore mancato, con la consapevolezza che sia troppo tardi per una redenzione.

Emanuela Colatosti

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