Sarà in scena fino al 17 marzo, al Teatro Quirino di Roma, “La Governante“, commedia di Vitaliano Brancati, diretta da Guglielmo Ferro, che rispetta pienamente il testo e il copione originale dall’autore, con Enrico Guarnieri e Ornella Muti nei ruoli protagonisti.
Chiamarla semplicemente commedia è fuorviante. L’opera fu scritta dal Brancati nel 1952 e fu immediatamente censurata per i temi trattati. Due anni dopo, l’autore morì, senza averla potuta vedere in scena. Fu la moglie Anna Proclemer a portarla in scena per la prima volta nel 1963, dopo la censura, a Parigi, vestendo i panni della protagonista al fianco di Gianrico Tedeschi, con la regia di Giuseppe Patroni Griffi. In Italia, però, arrivò solo l’anno successivo.
Caterina Leher, interpretata da Ornella Muti, è una giovane governante francese, calvinista, che viene assunta in casa di una famiglia siciliana, rigorosamente cattolica, trapiantata a Roma. Il capofamiglia, Leopoldo Platania, interpretato da Enrico Guarnieri, è un uomo di mezza età, con una mentalità radicata legata a valori di concetto, vuoti nella sostanza, come dimostrano le iniziali osservazioni di Caterina riferite al fatto che egli non vada a messa la domenica regolarmente e non lo ritenga un gran peccato nonostante si professi fermamente e indiscussamente cattolico. Il bigottismo trasuda di ignoranza. Emblematica in tal senso la domanda che egli pone a Caterina quando quest’ultima afferma di essere cristiana: “Si può essere cristiani e non cattolici?”.
Nonostante la chiusura di Platania abbia già causato la morte di sua figlia, suicidatasi proprio a seguito di comportamenti del padre dettati dal suo cieco perbenismo, l’uomo, pur portando consapevolmente la sua colpa sulle spalle, non è cambiato. Lo stereotipo di “buona famiglia scricchiola quando ci si rende conto che, nella stessa casa, vivono il figlio Enrico (Rosario Marco Amato) con sua moglie (Caterina Milicchio), la “cretina“, entrambi sfacciatamente libertini negli atteggiamenti. L’assenza di emozioni, sacrificate in nome di un’integrità apparente, viene però tradita dalla compassione che l’uomo manifesta verso un’altra cameriera presente in casa, Jana (Nadia De Luca) che, con la sua autentica selvaggia semplicità, aggravata dalla goffaggine “dove potrebbe andare”?
In questo contesto Caterina, per nascondere le proprie inclinazioni sessuali, le addebita proprio a Jana, affermando l’omosessualità di quest’ultima e celando la propria. La delusione di Platania davanti alla notizia comporta il licenziamento della poverina che, disperata, non comprendendone le motivazioni, si vede costretta a far ritorno in Sicilia. Resterà poco dopo coinvolta in un incidente dove perderà la vita, senza mai scoprire il perché di quell’improvviso ordine di abbandonare la casa. Una morte che non sarebbe intervenuta se solo Caterina non avesse mentito spudoratamente per liberarsi del peso della vergogna scaricandolo, ingiustamente, su di lei. È proprio questo che la stessa Caterina realizza dopo la morte di Jana ed è proprio questo che le ripiomba addosso come un macigno, un senso di colpa che, divenuto insostenibile, la condurrà a un disperato tentativo di espiazione.
Apparentemente, l’argomento chiave dell’opera, motivo della lunga censura, sembrerebbe essere quello dell’omosessualità. I benpensanti dell’epoca, acciecati dal loro bigotto pregiudizio, non sono andati oltre. In realtà l’opera risulta essere una vera denuncia proprio nei confronti di quel tipico perbenismo vuoto e ignorante, contro la manipolazione dei più semplici, dei più puri d’animo, contro l’ipocrisia, come quella di Platania che si professa cattolico e non va a messa, che si dichiara conservatore ma nulla può contro il figlio e la nuora che senza alcuno scrupolo tengono comportamenti tutt’altro che rispettosi dei canonici valori familiari, salvo poi manifestarsi disgustati e scandalizzati di fronte all’omosessualità. Come Brancati stesso affermava: “La sostanza della vicenda è più la calunnia che l’amore fra due donne.
Ci è piaciuta molto la scenografia, firmata Salvo Manciagli, con un salone dove si sviluppa tutto lo spettacolo, luogo di conversazioni, rivelazioni, scandali e pettegolezzi e un tavolo da pranzo, sempre in scena, utilizzato una sola volta, dove pregiudizio, disprezzo e vergogna si incontrano dando vita ad un’atmosfera plumbea.
Enrico Guarnieri restituisce un’immagine dinamica di Platania, che evolve durante lo spettacolo, con un ventaglio di emozioni represse che riesce comunque a far percepire al pubblico, come i dubbi che via via lo attanagliano. Inizialmente, trovandosi a mettere in discussione concetti nel momento stesso in cui li afferma, colma l’assenza di convinzione con toni di voce più alti affinché non possa trapelare l’esitazione. Ma i pilastri del suo pensiero son più volte messi in discussione nel corso dell’opera e la confusione che ne deriva è resa chiara al pubblico, anche tramite le frequenti conversazioni telefoniche che il padrone di casa intrattiene con l’amico Alfio. Proprio con una di queste ha inizio lo spettacolo, con un Platania sicuro e risoluto che nella successiva percepiamo debole, dubbioso e, infine, rassegnato, arreso, privo delle certezze fasulle che fino a quel momento lo avevano confortato, come ammette nell’ultima telefonata. È lui il reale protagonista, ed è a lui che il pubblico rivolge l’applauso più fragoroso.
Gli applausi, comunque, non mancano per gli altri.
Caterina Leher, filtrata dalle lenti proposte da Ornella Muti, ci appare monocorde e imperscrutabile, priva di qualsivoglia emozione fino al finale. Solo al momento della confessione, se ne percepisce l’intensità, con un’interpretazione carica di autentico dolore e angoscia.
Eccelsa l’interpretazione di Nadia De Luca, che si immedesima perfettamente in una Jana selvaggiamente semplice, goffa e indomabile, ma pura, priva di filtri, come si evince dalla manifesta disperazione che esplode al momento del suo licenziamento, espressa senza alcun freno, lacerante per lo stesso pubblico.
Coerenti, anche se forse un po’ esagerate nel tentativo di evidenziare il lato frivolo e libertino, le interpretazioni di Caterina Milicchio e Rosario Marco Amato. Nel cast anche Rosario Minardi, nei panni dello scrittore intellettuale al di sopra di qualunque frivolo dramma quotidiano, oggetto dello spudorato civettare della “cretina”; Naike Rivelli, nei panni della giovane Francesca, assunta in sostituzione di Jana; Turi Giordano, il portiere che inconsapevolmente si sacrifica per il proprio padrone, in virtù di una promessa che non sarà poi mantenuta e che, casualmente, porterà la notizia dell’incidente in cui è rimasta coinvolta Jana.
Le due ore di spettacolo sono interrotte dall’intervallo che sembra quasi delimitare il confine fra commedia e tragedia: dopo le risate della prima parte, il sipario si chiude lasciando al pubblico la sensazione di una seconda parte che non offrirà molti motivi per ridere ancora, anzi. E infatti la seconda parte gela il sangue lasciando al pubblico l’amarezza di temi trattati più di mezzo secolo fa, ma ancora troppo attuali.
Vi ricordiamo che “La Governante”, diretto da Guglielmo Ferro, con Enrico Guarnieri e Ornella Muti sarà ancora in scena, fino al 17 marzo, al Teatro Quirino di Roma.
Flaminia Grieco
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