Oggi vi proponiamo la nostra recensione dello spettacolo “Ade“, il più famoso del ciclo “Le Cabaret de l’Enfer”, messo in scena in una location sensazionale. Il Salone Margherita è a due passi da Piazza di Spagna, in via dei Due Macelli. È un elegantissimo salone liberty in cui si respira l’atmosfera della Parigi della Belle Epoque. L’architettura non è pesante, ma snella, con gli spazzi ampliati dai tanti specchi che occupano le pareti; il dorato e il bianco dell’architettura si scontrano amabilmente con il rosso intenso della tappezzeria e del tendone del palco.
Come lascia suggerire il nome della messinscena, il tema d’ispirazione è il regno degli inferi, o l’inferno. Lucifero stesso (Jordi Montenegro) ha spiegato al pubblico che pendeva dalle sue labbra che non è necessario soffermarsi sulle varie sfumature esistenti tra le religioni: l’oltretomba è un luogo in cui le temperature sono calde, perché è pieno di “teste calde”. In ogni caso la riflessione in cui ci indirizza Francesco Felli, attraverso diverse forme artistiche, riguarda la morte. Enunciata così potrebbe apparir banale, ma il regista e sceneggiatore è stato in grado, attraverso i vari personaggi, di costruire una fenomenologia, un’archeologia dell’evento “morte” in tutte le sue fasi.
Tutti sappiamo di dover morire, come dice il narratore, nelle vesti di un viandante con la lanterna (Lodovico Zago), forse un Diogene alla ricerca dell’umano. La morte, la caducità, l’essere-per-un-tempo e non per l’eternità fanno dell’uomo un essere-per-la-vita. Ma alcuni, come Michele De Santis (Michele Nardi), scelgono il momento di uscire di scena. Dietro la scelta di privarsi ciò che è più propriamente umano, la vita che rende possibile anche la scelta della morte, c’è piuttosto la paura di una lenta, dolorosa e osservabile decomposizione? Oppure certi individui sono totalmente inadatti alle gioie che la vita offre e non sapendo costruirsi una stabilità in cui trascorrere compiacenti delle proprie sicurezze e non potendo assecondare una condotta da esteta kierkagaardiano perché lo stigma sociale, culturale e religioso sarebbe troppo pesante da sostenere, che l’unica possibilità che gli rimane è davvero il suicidio, per amore di una vita che non si è dimostrata all’altezza delle aspettative.

È intrigante la veste del narratore, che è sempre accompagnato da un elemento luminoso, ad indicare la sua profonda conoscenza non solo dell’intreccio ma anche di tante verità sulla coscienza dell’uomo. Mentre è intento ad osservare la fiamma sfrigolante di un fiammifero appena acceso, afferma che abbia poca rilevanza il libero arbitrio nel bilancio della vita umana, mentre tante altre componenti ad entrare in gioco facendo pendere il piatto della bilancia, che non è esito quindi di una volontà autonomamente determinata. Se “siamo fatti così” non possiamo negare fino in fondo la nostra natura, soprattutto perché è lui, Dio, il fato o il destino, l’operatore libero per eccellenza. Lo stesso Principe delle tenebre non è esente da questo destino. Di qui la metafora politica tra Paradiso e Inferno, citazione del “Paradiso perduto” di Milton. Ma Felli riesce a elaborare originalmente un topos antico come la religione dandogli una veste attuale.
Dio ha il monopolio dell’informazione” – asserisce Lucifero – “e non vuole farvi sapere che è qui che inizia il divertimento”.  Banalissimo il tentativo da parte del “diavolo tentatore” di adescare prede da torturare. Lucifero, tuttavia, alza la posta in gioco e insieme il tasso di blasfemia: “Dio vi ha creati vogliosi e poi ha imposto censure perché è un sadico voyeur”. A seguire: “Dio punisce i suicidi perché è invidioso degli uomini. Nella sua onnipotenza l’unica azione che gli è preclusa è proprio il porre fine della propria esistenza”. Ed infine, l’analisi del momento tra il “sto morendo” ed il “sono morto”, che è interpretata da Felli come momento del ricordo: in una vita costellata da noia e frustrazione, Michela De Santis rimembra la felicità, che per lui è una donna che sogna. Solo le donne sono in grado di sognare davvero, secondo lui, perché non stanno a pensare a quanti metri intercorrono tra un campanile e il tetto del cielo ma, perdendosi ad ammirare le stelle, sanno essere felici.
Una rappresentazione magistrale, in grado di coinvolgere tutti i sensi: le incantevoli voci (Eleonora Notaro, Lulu Rimmel e i Karma B), accompagnate dal Quartetto Sharareh e legate all’elemento visivo della danza (Alessia Torroni Sara Santarelli), hanno nutrito le viscere di intense emozioni. “Ade” è uno spettacolo accattivante e al tempo stesso riflessivo.

Emanuela Colatosti

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