Abbiamo assistito, presso il Teatro Trastevere, alla messa in scena di “Nella giungla delle città” , pièce teatrale di Bertolt Brecht, tradotta da Paolo Chiarini, adattata e diretta da Alessandro De Feo e interpretata da Eugenio Banella, Luisa Belviso, Matteo Castellino, Antonia Di Francesco, Lorenzo Garufo, Maurizio Greco, Diego MigeniFlavia Rossi, Marco Usai e Irene Vannelli, con musiche eseguite in diretta da Massimo Ricciardi.

Non è la prima volta che i Cavalierimascherati, gruppo di teatranti residenti a Roma, con diversi curricula teatrali alle spalle, hanno a che fare con Brecht. La compagnia ha infatti già messo in scena diverse opere riadattate fra cui “La vera vita del cavaliere mascherato”, liberamente tratta da “La vera vita di Jacob Gherda”, semifinalista al Roma Fringe 2015,  e “Un uomo è un uomo”, vincitore del premio Attilio Corsini 2017.

In “Nella giungla delle città”, ci troviamo immersi in una Chicago degli inizi del ‘900, dove l’America era il sogno di una vita nuova, la possibilità di un futuro, una rinascita. Il sipario si apre in penombra su una scrivania con qualche libro e una sedia: la biblioteca dove Garga, interpretato da Marco Usai, venuto dalla savana con tutta la famiglia, ha trovato lavoro. Tutto lo spettacolo, ad eccezione di pochi momenti chiave, si svolgerà nella medesima penombra, perfettamente in sintonia con l’animo dei personaggi.

A scena vuota, la luce illumina un uomo che,  in un angolo ai piedi del palco, inizia a suonare. Si tratta di Massimo Ricciardi che, durante tutto lo spettacolo, da personaggio integrato, si occuperà della colonna sonora, enfatizzando l’euforia isterica di alcuni momenti e immobilizzando il pubblico nella tensione generale. Una scelta sicuramente di grande effetto.

Poi entra Garga, alle spalle delle prime file, passando fra il pubblico (la maggior parte degli ingressi, durante lo spettacolo, avverranno in questo modo, portando le prime file a girarsi per cogliere espressioni e movimenti). Dopo essersi rivolto al musico, prende posto alla scrivania. Subito dopo arrivano Shlink, interpretato da Diego Migeni, con i “suoi uomini” una donna (che scopriremo essere la fidanzata di Garga), che viene lasciata accasciata ai piedi del palco. Da questo momento in poi, ha inizio la lotta fra i due protagonisti, dall’attimo stesso in cui i due si incontrano per la prima volta, dalla richiesta di Shlink di acquistare le opinioni di Garga. L’atteggiamento da padrone, gli uomini con sembianze da “scagnozzi”, ingannano il pubblico meno consapevole con una scena che si chiude assegnando a Garga il ruolo di vittima, ormai senza un lavoro e messo a nudo. Ma siamo solo all’inizio di una lotta fra due rivali, entrambi spietati combattenti. Ciò che è in gioco è la libertà di scegliere.

Non tormentatevi il cervello per scoprire i motivi di questa lotta, ma interessatevi alle poste umane in gioco, giudicate imparzialmente lo stile agonistico dei due avversari e concentrate la vostra attenzione sul finale”. Seguendo il consiglio di Brecht, perdendo di vista il motivo della lotta, fine a se stessa, ci troviamo davanti a due personaggi che quasi invertono i loro ruoli. L’incontro fra i due cambia la vita di entrambi e ogni mutamento dell’animo è ben evidenziato: Garga diviene via via sempre più frenetico e assetato e Shlink acquista un’apparente pacatezza, quasi una pace dei sensi, sebbene dallo sguardo, dalle espressioni e dai toni, si percepisca qualcosa di poco trasparente, come se quel che appare, non fosse reale ma solo il disegno di qualcosa di calcolato. Abbiamo poi la famiglia di Garga: una madre disabile, instabile e preoccupata, un padre con una scala di valori non ben definiti, combattuto nella necessità di bilanciare bisogni e principi, una sorella fragile alla ricerca di una propria collocazione nel mondo facilmente influenzabile, una fidanzata, poi sposa, rappresentativa dello sbando. Tutti con una doppia faccia e un proprio dramma e tutti strumenti della lotta. Una lotta legata all’uomo costretto a ricrearsi, a ritrovare una propria collocazione, adattandosi alla repentina industrializzazione in cui si è trovato catapultato a seguito del trasferimento. Un uomo alla ricerca di una propria realtà, disposto a passare sopra a tutto pur di trovarla, disposto anche a perdere ogni punto fermo. Una lotta che d’anima perché, dalle parole di Shlink: “non del corpo si trattava, ma dello spirito”.

L’impeccabile interpretazione della compagnia e l’egregio lavoro del regista hanno reso scorrevole e fruibile ad un pubblico variegato un testo che, di per sé, non spicca certo per la sua leggerezza, dati i temi trattati. Siamo molto felici di aver avuto la possibilità di assistere alla messa in scena di quest’opera, sicuramente meno comune di altre più note dell’autore, che ci ha tenuti con il fiato sospeso e gli occhi sgranati per circa un’ora e mezza, ad eccezione dei dieci minuti di intervallo in cui respirare era consentito.

Flaminia Grieco

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