La Carmen“, ospitata nella scenario maestoso e ricco di fascino dei resti archeologici delle Terme di Caracalla, ha aperto la stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma il 28 giugno scorso.
Spettacolo News ha avuto il piacere di assistere all’ultima della dieci rappresentazioni del capolavoro in quattro atti di Georges Bizet. In una rilettura assolutamente personale e decisamente provocatoria la regista argentina Valentina Carrasco ha deciso di far scomparire qualsiasi riferimento al 1830 e alla città di Siviglia, catapultando la Carmen in una realtà ultramoderna tra immigrati illegali al confine tra Messico e Stati Uniti.
Carmen, anche se in una versione azzardata come quella voluta dalla Carrasco, resta per la sua epoca un personaggio unico, una zingara che pur di non rinunciare alla sua libertà è pronta a morire. Dal romanzo di Prosper Mérimée e libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, le figure delle zingare sigaraie si trasformano in operaie di una fabbrica di sigarette e l’esercito spagnolo diventa quello americano di frontiera. Il popolo messicano si ritrova a vivere in un ambiente degradato con i bambini che giocano a fare i militari con tanto di fucili e pistole, i ragazzi che ballano l’hip-hop, mentre dall’altra parte del muro, arrivano cadaveri nei sacchi neri. Le tematiche dell’amore-odio e della vita-morte si intrecciano sul palco delle suggestive terme, che si popola con i cantanti del coro, con i bambini, con i ballerini e con figuranti, trasformandosi in una vera e propria città movimentata.
La provocazione è evidente anche in alcuni dettagli alla taverna di Lillas Pastia, che si tramuta per l’occasione in un vero e proprio bordello, con coppie gay e travestiti che si aggirano tra la folla e che, senza nascondere proprio nulla, non mancano di simulare rapporti orali e orgasmi anche con trans. Incitano alla provocazione della Carrasco, che sicuramente è da apprezzare per il coraggio di aver trasferito sul palco una Carmen non convenzionale, anche per le moderne scenografie di Samal Blak, gli originali e coloratissimi costumi di Luis Carvalho e le luci ad effetto ad opera di Peter van Praet.
Coerente con lo spirito registico, la scelta di esorcizzare la morte, tra il terzo ed il quarto atto, attraverso una danza macabra di scheletri, con le coreografie curate da Eruka Rombaldoni e Massimiliano Volpini, rende l’opera anche divertente e ironica. Grande espressività quella del tenore Andeka Gorrotxategui nel ruolo del sergente Don José, soprattutto nell’appassionata e drammatica dichiarazione d’amore “Tu m’avais jetée”. Una Micaela di grande classe (Roberta Mantegna) che, con la sua dolcezza mista alla potenza vocale, ha conquistato il pubblico. Con il suo atteggiamento disinvolto Carmen (Ketevan Kemoklidze) oltre alle sue doti canore si rivela anche una brava attrice. A Escamillo (Francesco Beggi) simbolo di coraggio e di forza, virile senza troppi eccessi, è stata riservata anche la scena della decapitazione del toro dorato nel momento culminante dell’opera e con la sua voce imponente, l’interpretazione della “canzone del toreador” risulta buona. Bravissime e bellissime anche le due amiche di Carmen, Frasquita (Daniela Cappiello) e Mercedes (Anna Pennisi).


Nell’insieme positiva ed intensa anche la prestazione dei contrabbandieri Dancairo (Alessio Verna) e Remendado (Pietro Picone). Completano Il cast musicale Morales (Timofei Baranov) e Zuniga (Gianfranco Montresor) che, con la loro voce e presenza scenica, hanno regalato un’eccellente interpretazione. L’orchestra è stata diretta energicamente dal maestro Jordi Bernàcer, che ha accompagnato con coerenza ed equilibrio il corpo di ballo del Teatro dell’Opera, diretto da Eleonora Abbagnato, dando il meglio di sé nella danza degli scheletri. Notevole anche il contributo del Coro del Teatro dell’Opera, diretto da Roberto Gabbiani.
Se non si fosse oltrepassata la mezzanotte, sarebbe stato decisamente meglio consegnare al pubblico una Carmen fedele alla partitura, che vede la presenza scenica e canora, al quarto atto dei piccoli cantori, allievi del Direttore della scuola di canto corale del teatro dell’opera il maestro Josè Maria Sciutto e dei suoi collaboratori, il maestro Alberto de Sanctis e Isabella Giorcelli. Sicuramente straordinaria l’esperienza artistica ed umana per i piccoli cantori che, a causa delle regole ferree che disciplinano il lavoro minorile imponendo orari molto rigidi, non si sono potuti esibire quasi mai al quarto atto, vedendo vanificato il loro duro lavoro di piccoli artisti.
Peccato anche non abbiano potuto vivere la gioia di raccogliere l’applauso del grande pubblico che ha acclamato a gran voce il successo di questa straordinaria opera che chiude la stagione musicale estiva.
Ad essere precisi l’ultimo titolo operistico di questa stagione estiva sarà quello del “Nabucco” con l’ultima replica domani, 9 agosto.
Non ci resta che attendere la prossima stagione con la musica Opera Aperta Caracalla!

Patrizia Faiello

Photo Yasuko Kageyama

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