Oggi vi proponiamo un’intervista all’attrice Ilaria Genatiempo, attualmente in tournèe con l’opera “Il padre“, in cui recita al fianco di grandi interpreti quali Alessandro Haber e Lucrezia Lante della Rovere, con la quale ha anche condiviso il set della fiction di Rai 1 “La strada di casa“. Nello spettacolo teatrale – che girerà l’Italia fino a metà marzo – Ilaria Genatiempo veste i panni di Laura, una ragazza alternativa, con la testa ricoperta da lunghissimi dread e badante del protagonista interpretato da Haber, uomo malato di alzheimer, mentre nella serie televisiva con Alessio Boni e Lucrezia Lante della Rovere ricopre il ruolo di Rita, cara amica della protagonista.
Parlando con lei abbiamo scoperto molto delle sue passioni, della sua visione del lavoro, qualcosa in più su chi è davvero Ilaria e cosa si cela dietro quegli occhioni azzurri.

Hai studiato teatro e ti sei diplomata alla Silvio D’Amico: quanto è stato importante per te questo tipo di formazione? Tornassi indietro faresti lo stesso percorso o vorresti cambiare qualcosa?

L’accademia per me è stata fondamentale ed è stato il primo imprinting professionale a questo mestiere. Io sono una ragazza di provincia, sono nata e cresciuta a Vercelli e, dopo aver passato un anno a Londra finite le superiori per acquisire più maturità e consapevolezza ed aver lavorato per una stagione al Teatro Nuovo di Torino, mi sono resa conto di voler fare questo nella vita, ho provato ad entrare in accademia e mi hanno presa. E’ stato un momento importante, ma non l’unico, perché per me qualunque tipo di scuola è importante, ma va integrata con altro. Uscita da lì sono andata a Los Angeles a studiare con un’acting coach che si chiama Margie Haber e poi qui in Italia ho lavorato come assistente ad un altro acting coach però newyorkese, Michael Margotta. Queste esperienze mi sono servite per completare e multiformare l’approccio prettamente teatrale che avevo ricevuto dall’accademia. Fare o non fare una scuola di teatro non è assolutamente la stessa cosa, perché stando lì dentro 10 ore al giorno innanzi tutto capisci se ti piace o meno fare questo lavoro, poi ti vengono forniti degli strumenti tecnici fondamentali, apprendi delle cose basiche di palcoscenico, di analisi di un testo, di approccio, di approfondimento, di pensiero, di domande… Non è la stessa cosa se certe situazioni non le vivi. A me è servito moltissimo soprattutto per aprire la mente, ma mi sono servite anche le altre esperienze che ho vissuto, perché altrimenti non sarei l’attrice che sono adesso. Se dovessi tornare indietro rifarei le stesse scelte, assolutamente sì.

In giro si legge di una tua grande passione per lo sport: cosa puoi raccontarci in proposito?

Ho fatto 12 anni di nuoto, ma avevo un rapporto un po’ conflittuale con questo sport. Mi piaceva molto ma odiavo fare le gare, mentre atletica la facevo proprio per gareggiare, perché davo sfogo alla mia vena competitiva. Lo sport mi ha aiutato molto per il lavoro che faccio ora, il paragone viene piuttosto bene con l’atletica. L’atletica è allenamento di corpo e di testa, disciplina, calcolo delle energie a disposizione rispetto allo sforzo che devi fare, applicazione, concentrazione, sguardo al gruppo (compagni o avversari che siano). Esattamente tutto quello che deve succedere sul palcoscenico o comunque in ambito recitativo.
Ad esempio quando si fa teatro durante le prove di uno spettacolo l’inizio è l’inizio, come per una maratona. Parti ed hai tutte le energie, sai più o meno cosa succederà in quel punto perché ti conosci ed il traguardo non lo vedi ancora. L’obiettivo è lontano ma è chiaro davanti a te. C’è un momento che arriva verso la metà in cui credi di non sapere più dove stai andando, se quello che stai facendo è giusto, pensi di non avere le forze. E’ una terra di mezzo che può sembrare terrificante ma anche meravigliosa. C’è istinto di sopravvivenza, esperienza, voglia, intenzionalità, creatività. Devi scommettere, devi buttarti, devi rischiare per poi arrivare a dire “Ok, sono nella direzione giusta!”. Credo che questo paragone mi descriva abbastanza!

E del tuo amore per la musica?

Il canto per me è proprio necessario, è una passione forte che ho. Se tu mi dicessi “Per oggi non devi recitare” ci rimango un po’ così, ma mi godo il riposo, mentre se mi dicessi “Tutto oggi tu non devi cantare” io impazzisco, ti mando a quel paese, vado in mezzo alla strada e canto! Suono il pianoforte ma non come vorrei e ora mi piacerebbe imparare a suonare la chitarra!

Hai preso parte a molti spettacoli teatrali, ma se dovessi sceglierne uno, qual è stato quello in cui ti sei più divertita e quale quello che ti è servito di più per la tua crescita professionale?

Il concetto di divertimento e il concetto di apprendimento per me sono strettamente collegati e imprescindibili l’uno dall’altro. E’ molto interessante parlare del divertimento in relazione all’apprendimento, perché immediatamente devi fare i conti con un altro concetto altrettanto interessante che è quello del piacere e quindi a stretto giro con quello di espressione di sè. Sono tutti collegati: divertimento, apprendimento, piacere ed espressione di sé sono la culla del mio mestiere, ma sono anche la ricerca costante del gioco come fanno i bambini. Il caso di assoluta unione di questi elementi è stato lavorare con Paolo Magelli. Da lui ho imparato proprio questo, cioè il potersi divertire imparando un sacco di cose in scena. In lui ho visto una genialità di approccio al lavoro, una capacità di costruzione di un gruppo di lavoro, il rispetto totale di tutti i partecipanti ad un progetto, dai tecnici agli attori, un grande rispetto per l’umano, per l’arte, una libertà, un rischio, un coraggio veramente rari. Ma potrei citare anche Giorgio Albertazzi, con cui mi sono divertita tantissimo. Non ho mai improvvisato così tanto come con lui, non ho mai giocato così tanto con il pubblico come con lui, in una libertà – ma sempre con grandissima intelligenza – che mi faceva proprio divertire!

Sei in tournée con lo spettacolo “Il padre”, in cui reciti con Alessandro Haber e Lucrezia Lante della Rovere. Come descriveresti il tuo personaggio?

Sono molto felice perché è proprio “figlio mio”. Il mio è un personaggio che viene da fuori portando anche una notizia, un qualcosa che all’interno di questo nucleo familiare sposterà gli equilibri. E’ un personaggio che sorprende anche solo come figura, meno formale degli altri, ma che si sorprende tanto, si stupisce e per me questo è bellissimo. In qualche modo è quello che mi fa vivere sul palcoscenico. Il ruolo di Laura sarà importante, perché il protagonista malato di alzheimer poi si fiderà solo di lei, parlerà solo con lei, instaurerà con lei un rapporto di simpatia, di gioco. Nessuno avrebbe mai immaginato che una persona così diversa da quella famiglia potesse invece essere quella giusta!

Tornando alla musica… Se fossi una canzone, quale saresti e perché?

“It’s My Party” di Leslie Gore, perché racconta una storia tristissima con una melodia che suggerisce tutt’altro. Ha vinto. È sfacciata, leggera, tragica, incoerente e strafottente. E liberatoria!

Carlotta d’Agostino

Please follow and like us:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *