
“Beati gli ultimi perché saranno i primi.“
Sui maxischermi di Tor Vergata, ieri notte, campeggiava questa frase, poco prima che Ultimo atterrasse sul palco più imponente mai costruito in Italia per un evento a pagamento, dopo aver sorvolato in elicottero l’intera area del concerto, di fronte a 250 mila persone. Non è uno slogan scenografico: è un manifesto. Racconta il percorso di chi è partito ultimo — per contesto sociale, per opportunità, per essere stato scartato dai meccanismi ufficiali dello spettacolo — e che con determinazione, testardaggine e una scrittura autentica è arrivato primo. E racconta, insieme, il percorso di ognuna delle persone accorse da tutta Italia per ascoltare quasi 3 ore di musica, circa 40 canzoni, da un ragazzo che dieci anni fa suonava il pianoforte nella sua cameretta di San Basilio, senza sapere se qualcuno lo avrebbe mai ascoltato.
Oggi quel ragazzo si chiama Ultimo per tutti, Niccolò Moriconi all’anagrafe e ha appena scritto la pagina più importante nella storia della musica in Italia, superando il record che sembrava intoccabile di Vasco Rossi al Modena Park del 2017. Ma ridurlo a una classifica di biglietti venduti significherebbe non aver capito nulla: quella di ieri è stata prima di tutto una dichiarazione collettiva di tutte quelle persone che, in questi anni, si sono riconosciute nelle parole di un ragazzo che ha sempre scritto di paure, fragilità, ansie, sogni e voglia di rivalsa.
Cresciuto in un contesto popolare nella periferia di Roma, fatto di palazzoni e strade dove la musica non è mai stata un mestiere per cui si viene incoraggiati, Ultimo si è diplomato in pianoforte al conservatorio e non è arrivato al successo grazie ai famosi talent da cui ormai escono quasi tutti gli artisti della scena italiana: è stato scartato da Amici e X Factor, ha vinto Sanremo Giovani, ma non è mai riuscito a imporsi, per più edizioni, tra i Big. Eppure è successa una cosa che nessun talent e nessuna giuria poteva prevedere: la gente ha iniziato ad ascoltarlo — senza spinte discografiche particolari, senza algoritmi confezionati a tavolino, senza raccomandazioni. Solo canzoni e concerti, cresciuti anno dopo anno fino a un pubblico disposto ad accamparsi per giorni pur di essere lì.
È questa, forse, la chiave più autentica del suo successo: Ultimo rappresenta l’ultimo che ce l’ha fatta. E chi si è sentito escluso, deriso, solo, chi semplicemente si è sentito “indietro” rispetto agli altri, in lui trova una rivincita collettiva.
Sotto il palco non c’erano solo adolescenti, ma 30enni, 40enni, famiglie intere: perché i suoi testi parlano di condizioni umane — paura di non farcela, inadeguatezza, ricerca di un posto nel mondo, voglia di essere accettati, amori che nascono o finiscono. Sentimenti senza età. Un pubblico trasversale, che smentisce l’idea di Ultimo come fenomeno esclusivamente giovanile.
Viviamo in un tempo in cui la fragilità è diffusa, ma raramente nominata con semplicità. In cui si è costantemente esposti, ma non sempre davvero visti. È questa la chiave di Ultimo: “dove gli ultimi hanno forza e insieme cantano“, come in “Pianeti“. In questo spazio emotivo, Niccolò si pone come un punto di aggregazione identitaria.
Musicalmente, va detto con onestà, il percorso non è ancora del tutto compiuto: le sue canzoni condividono strutture melodiche molto simili tra loro e su questo fronte il margine di crescita resta ampio, ma sul piano della scrittura, Ultimo dimostra una maturità che va oltre l’età anagrafica. Testi semplici nella forma, ma capaci di arrivare dritti, senza filtri e senza retorica. Non stupisce che il suo nome venga accostato a mostri sacri del cantautorato italiano: chi lo vede erede di Vasco, chi lo accosta a Fabrizio Moro — presente sul palco come amico e mentore — chi lo inserisce nel solco di Antonello Venditti e della sua Roma. Il tempo dirà se il suo repertorio avrà la stessa longevità di quello dei grandi cantautori che hanno segnato la storia della musica italiana.
L’organizzazione di un evento per 250 mila persone (per intenderci gli abitanti di città come Verona o Venezia) non è stata priva di criticità, tra tempi di deflusso lunghissimi e visuali parziali dai settori più lontani. Polemiche legittime. Ma proprio i disagi raccontano, in controluce, quanto fosse forte il desiderio di esserci: nonostante tutto, in 250 mila hanno scelto comunque di partire, raggiungere la capitale da ogni parte d’Italia, accamparsi per giorni, sfidare il caldo e le scomodità, per essere parte di un’immagine difficile da dimenticare.
Che piaccia o no il genere musicale, che si condividano o meno le scelte dei fan, resta un fatto oggettivo: sabato 4 luglio 2026 Ultimo ha battuto ogni record entrando nella storia, insieme a tutte le persone che hanno scelto di non mancare. Non era solo questione di vedere l’artista da vicino o di cantare ogni canzone a memoria. Era sentirsi parte di qualcosa di magico, che verrà ricordato per sempre.






