Il tour “Gli anni d’oro” di Max Pezzali ha fatto tappa ieri sera allo Stadio Olimpico di Roma, trasformando il primo dei due appuntamenti capitolini in una macchina del tempo emotiva: migliaia di persone con gli occhi lucidi, le mani alzate e la sensazione precisa di essere tornati, almeno per una notte, dentro le canzoni.

Ci sono concerti che iniziano quando si spengono le luci. E poi ci sono quelli di Max Pezzali, che cominciano molto prima: in macchina o scooter verso lo stadio, tra le voci che si scaldano già fuori dai cancelli, negli sguardi complici di chi quei brani li ha consumati davvero.

Come sempre Max entra in un pezzo di memoria collettiva e lo fa con quella naturalezza rara di chi non ha bisogno di dimostrare nulla, perché le sue canzoni lo fanno già da sole. Basta un attacco, una frase, un giro di basso e l’Olimpico diventa immediatamente una gigantesca cameretta anni ’90, una radio accesa, una compagnia sotto casa, un’estate lunghissima che non è mai davvero finita.

La partenza è un manifesto: “Tieni il tempo”. Ed è esattamente quello che succede, perché certe canzoni non invecchiano, cambiano solo posto. Prima stavano nei walkman, poi nei CD masterizzati, poi negli iPod, oggi nelle playlist. Ma quando arrivano dal vivo, fanno ancora lo stesso rumore: quello delle cose che ti hanno salvato un pomeriggio, una storia, un ritorno a casa.

Da “Bella vera” a “La lunga estate caldissima”, l’atmosfera si scalda subito. Non è solo nostalgia, sarebbe troppo facile liquidarla così. È piuttosto una forma di appartenenza. Il pubblico canta come se quelle parole fossero state scritte ieri e, in fondo, forse è proprio questo il segreto del repertorio di Pezzali: raccontare vite normali facendole sembrare epiche. Le cotte finite male, gli amici persi e ritrovati, le notti in provincia, i sogni un po’ goffi, le fughe immaginarie, le promesse mantenute a metà.

Quando arriva “Sei un mito”, lo stadio esplode in uno di quei momenti in cui il confine tra palco e spalti semplicemente scompare. Non esiste più artista e pubblico: esiste una sola voce, enorme, spettinata, felice. E Max, con il suo modo di stare in scena diretto e senza sovrastrutture, lascia che siano le canzoni a comandare. Lui le accompagna, le rilancia, sorride. Come uno che sa benissimo che quei brani ormai non appartengono più solo a lui, ma a tutti quelli che li hanno vissuti.

“Viaggio al centro del mondo”, “La regola dell’amico”, “L’universo tranne noi”: ogni pezzo apre una porta diversa. C’è il Max più pop, quello più ironico, quello romantico, quello che sa raccontare le relazioni senza farle diventare perfette, anzi lasciandole vere, imperfette, riconoscibili.

E poi arriva uno dei momenti più iconici: “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”. Non è solo una hit. È un pezzo di cultura pop italiana. È il punto in cui la leggerezza incontra la malinconia, in cui il fumetto diventa metafora, in cui tutti tornano a chiedersi quando sia successo esattamente che l’innocenza si è trasformata in memoria. Lo stadio la canta con un’energia quasi liberatoria, come se quel ritornello fosse ancora una password per entrare in un club in cui nessuno è davvero cresciuto del tutto.

La scaletta è costruita come un jukebox sentimentale, ma senza effetto cartolina. “Non me la menare”, “Rotta x casa di Dio”, “Un giorno così”, “Ti sento vivere”, “Eccoti”, “Una canzone d’amore”: la prima parte del concerto scorre tra adrenalina e tenerezza, alternando il sorriso alla botta emotiva. Perché Max Pezzali è sempre stato questo: uno capace di farti ballare e, due minuti dopo, farti pensare a quella persona che non senti più ma che in qualche modo è rimasta lì, incastrata tra un verso e un’estate.

Il live ha il passo delle grandi feste popolari, ma il cuore dei racconti intimi. Non cerca l’effetto speciale a tutti i costi, anche se lo show è solido, colorato, pensato per uno stadio.

Dopo l’halftime, la seconda metà del concerto riparte con “La regina del celebrità” e con un medley che porta dentro la notte anche frammenti di immaginario dance, da “Children” a “What Is Love” fino a “Mr. Vain”. È una scelta che funziona perché non spezza il racconto, anzi lo allarga: quegli anni non erano solo canzoni, erano suoni, mode, luci, radio, pomeriggi in motorino, locali, compilation, desiderio di esserci.

Con “Io ci sarò” e “Se tornerai”, il concerto cambia temperatura. Diventa più sospeso, più sentimentale. Qui Pezzali tocca una corda profonda: quella delle presenze che restano anche quando cambiano forma. E lo stadio risponde con una delicatezza sorprendente, abbassando per un attimo il volume dell’euforia e lasciando spazio all’emozione pura.

Poi si torna a correre: “Come mai”, “Nessun rimpianto”, “La dura legge del gol”. Sono pezzi che sembrano nati per essere cantati in uno stadio e forse non è un caso che proprio all’Olimpico trovino una dimensione così naturale. La dura legge del gol, qui, diventa la dura legge della vita: si vince, si perde, si sbaglia porta, si riparte. Ma se c’è un coro abbastanza forte, anche i rimpianti fanno meno male.

Nel finale, “Gli anni” è inevitabilmente il momento in cui tutto si ferma e tutto torna. Non serve aggiungere molto: basta guardarsi intorno. Migliaia di persone cantano una canzone che è diventata un archivio emotivo nazionale. Ognuno ci mette dentro i propri volti, i propri bar, le proprie compagnie, le proprie strade. Gli anni d’oro, alla fine, non sono solo quelli passati. Sono quelli che riconosci mentre stanno succedendo. Il tutto con le immagini sugli schermi dei più grandi campioni che hanno contraddistinto la storia del calcio italiano, accolti da ovazioni e applausi scroscianti.

“Lo strano percorso”, “Nient’altro che noi”, “Tieni il tempo” che ritorna e poi “Con un deca” chiudono una serata che ha il sapore delle cose semplici e gigantesche insieme. Max Pezzali saluta Roma dopo averle regalato non solo un concerto, ma una rimpatriata collettiva, dando appuntamento ai nuovi live di gennaio 2027. Una di quelle notti in cui non importa quanti anni hai, che lavoro fai, da dove vieni o dove andrai domani mattina. Perché per due ore abbondanti l’Olimpico è stato la casa di tutti. Una casa fatta di canzoni, ricordi, risate, ritornelli gridati senza vergogna. E mentre le luci si riaccendono, resta addosso quella sensazione lì: che sì, il tempo passa, le cose cambiano, le compagnie si trasformano, ma certe musiche continuano a tenerci insieme.

E Max, ancora una volta, ha dimostrato che i suoi anni d’oro non sono un revival: sono un presente che canta fortissimo, un abbraccio collettivo capace di riportarci esattamente lì dove siamo stati felici, con la certezza che certe canzoni non finiscono mai davvero.

Carlotta d’Agostino

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