Era una sera di novembre del 2004, pioveva, ma ero emozionatissima. Di lì a poche ore avrei assistito al mio primo concerto in assoluto ed oltretutto era proprio di uno dei miei artisti preferiti: Max Pezzali.
Avendo un fratello più grande, le canzoni degli 883 prima e di Max Pezzali poi, sono diventate colonna sonora di ogni viaggio, di ogni pomeriggio, di ogni estate. Noi crescevamo e Max con noi.
16 anni dopo, in un pomeriggio piovoso di questo novembre, mi sono trovata a fare una lunga chiacchierata proprio con lui, con Max Pezzali che, a cuore aperto, mi ha raccontato del suo continuo confrontarsi con i giovani, di cosa non rifarebbe nella sua vita e di quel “qualcosa di nuovo” che porta sempre con sé una ventata di energia positiva.

E’ uscito qualche giorno fa il tuo album di inediti “Qualcosa di nuovo”: come descriveresti questo disco e cosa c’è di nuovo nella tua vita e in questo momento del tuo percorso?
Questo è un disco figlio della contemporaneità, nel senso che rappresenta i miei stati d’animo dell’ultimo anno e mezzo. E’ un disco che racconta del me stesso di oggi, prima del Covid19 ed è una sorta di punto della situazione sulla vita di un uomo over 50 per quanto riguarda le relazioni amorose, i rapporti con gli amici e con le persone che mi sono vicine, ma soprattutto il rapporto con il tempo, che è grande tema di questo album. E’ la mia visione dell’evoluzione della vita: questi 3 temi di base (amicizia, amore e tempo) passano attraverso la lente dei fatti, del punto in cui sono io. Nell’ultimo anno mi sono sposato – quindi ho raggiunto una prospettiva sull’amore più matura per certi versi , più consapevole – e poi avendo un figlio di 12 anni il rapporto con il suo mondo rispetto al mondo da cui provengo io, quello dell’era pre-digitale, ha bisogno necessariamente di essere in relazione. Avendo un figlio di quell’età non posso ignorare il presente. Sono obbligato a relazionarmi con quello che succede e quindi a trovare un terreno comune in cui confrontarmi con lui. Questi elementi della mia vita privata – il matrimonio e mio figlio – sono due filtri fondamentali del mio racconto nell’album.

Attualmente gira in radio l’omonimo singolo “Qualcosa di nuovo”, una ballad romantica che fa da filo conduttore ad un album che parla del concetto di rinascita, del senso che hanno le cose più importanti come l’amore e l’amicizia, guardando ad un nuovo inizio.
Il singolo è quello che secondo me ha dato senso a tutto l’album. E’ un pezzo che è arrivato dopo sotto forma di provino mandatomi dal producer Michele Canova direttamente da Los Angeles. La frase “Qualcosa di nuovo” mi ha illuminato perché ho capito che si poteva scrivere un brano d’amore, ma le cui conclusioni valessero anche per la vita di tutti i giorni e per tutti. Come nell’amore, anche nella vita si può arrivare ad un momento di stallo, in cui sembra che tutto stia fermo o stia per precipitare, ma poi quando si riesce ad identificare una luce nuova oltre la linea dell’orizzonte, un’ispirazione, ecco che improvvisamente tutto con questa luce diversa comincia ad avere nuovamente un senso, che è ciò che uno spera in un momento difficile come questo.

Come hai vissuto tu i tuoi nuovi inizi a livello personale e artistico?
Ogni difficoltà può nascondere un’opportunità, io ne sono convinto, anche se può sembrare una frase da meme su Instagram (ride, ndr)! Nel 1900 i cambiamenti ed il tempo in generale camminavano molto più lentamente: oggi, invece, viviamo in un’epoca in cui tutto viaggia vorticosamente, i cambiamenti avvengono in maniera repentina e spesso non si ha il tempo di processare le informazioni e di farle proprie. E’ un’epoca in cui ci sono tanti nuovi inizi. Non so se sia meglio o peggio, ma tutti in qualche modo siamo chiamati a reinventarci ogni volta. Non esiste più una professione che probabilmente farai per tutta la vita, è più difficile trovare rapporti sentimentali che vadano avanti dall’adolescenza fino all’RSA. E’ tutto molto più in divenire, ma credo ci si debba abituare a questo. Ho vissuto tanti cambiamenti nella mia vita: ad esempio quando gli 883 nella loro formazione classica hanno cessato di esistere perché Mauro Repetto ha scelto di lasciare dopo pochi anni, avrei potuto dire “Ok, lasciamo perdere, è stata una bellissima avventura”, ma in realtà questo cambiamento, lo spostare l’asse dal “noi” all’”io” mi ha permesso di crescere. E’ stato un possibile incidente di percorso, che poi si è trasformato in un nuovo inizio. Anche i fallimenti sentimentali che uno può avere alle spalle… Sono arrivato un anno fa a risposarmi. Si potrebbe essere delusi o dirsi “il matrimonio non fa per me” e invece tante volte conviene crederci, reinvestire, avere fiducia nel futuro e in se stessi e infatti ne sono contento, sono felicissimo di aver fatto questa scelta. Così come i figli… Ho avuto un figlio a 41 anni e adesso, col senno di poi, posso dire che è stata la cosa più bella mi sia mai capitata nella vita. Ogni tappa può essere un nuovo inizio, soprattutto se ti predisponi psicologicamente all’idea di ripartire senza pregiudizi, con un entusiasmo rinnovato. A quel punto tutto diventa più facile.

Poco fa mi parlavi di tuo figlio… Quanto conta per te il contatto fra mondi diversi come quello dei giovani e quello degli adulti, il confronto appunto, considerando che la tua musica dagli anni ’90 ad oggi ha appassionato e appassiona generazioni diverse?
Sono affascinatissimo dallo scoprire cose nuove, sono una persona estremamente curiosa e mi piace molto l’idea di imparare. Non sono ancora entrato nell’ordine di idee di dover insegnare qualcosa in quanto 53enne, ma sono sempre in modalità “learn”, ossia di imparare dagli altri. E’ con questo spirito che mi avvicino ai giovani. Ad esempio nell’album c’è un featuring con GionnyScandal che è molto più giovane di me, proviene dal mondo trap, ma io l’ho avvicinato proprio perché mi interessava il suo mondo, la sua narrazione. Oppure mi è capitato di remixare “In questa città” con Ketama126, un giovanissimo ragazzo di Latina. Sembra la persona più lontana dal mio vissuto, ma quando abbiamo iniziato a scendere nel dettaglio, a parlare dei software usati sono rimasto colpito. Sono affascinato da come loro lavorino e da come affrontino la narrazione del loro tempo. Se ti poni come quello che deve imparare, puoi filtrare con la tua esperienza le cose che apprendi e ti arriva sempre qualcosa, che diventa fondamentale poi per continuare a fare questo lavoro con entusiasmo. Se ti incancrenisci sulle tue posizioni e pensi di aver imparato tutto e di dover fare a modo tuo, “a modo tuo” non esiste. Esistono la tua personalità ed il tuo gusto, ma devi essere anche in grado di cogliere nella diversità degli stimoli. Nella musica è fondamentale, se ti fermi sei morto!

Infatti la forza dei tuoi brani per certi aspetti è stata proprio quella di parlare dei giovani e ai giovani, fotografando la società con un occhio attento e curioso, riportando la vita nei tuoi testi, in cui tutti possono rivedersi…
Provo a vedere cosa loro possono insegnare a me e soprattutto portare la mia esperienza senza intenzioni didascaliche. Quando racconto del mio passato, della mia giovinezza non dico mai “guardate che figata che era, che bello quel tempo lì”, è sempre sottolineato “guardate che questa è la mia esperienza, la nostra esperienza, ma non è né migliore né peggiore della vostra, perché voi dovete raccontare la vostra, trovare la vostra chiave di racconto”. Quando sento i miei coetanei a volte che dicono “Eh però i giovani d’oggi, sempre con gli occhi su uno schermo e la trap, con questi testi…” io rispondo sempre “ragazzi, ma vi ricordate come venivamo descritti noi dalle generazioni di quelli più vecchi?”. Ogni generazione crede di essere stata la generazione perfetta e poi di non essere arrivata a cambiare il mondo solo per un millimetro, invece non è così. Ogni generazione tenta di trovare un proprio posto nel mondo, a volte ci riescono a volte no, però ogni tempo ha la sua dignità, ogni tempo ha le sue caratteristiche che devono essere narrate e ogni tempo deve trovare i propri narratori. E’ quello che dico sempre ai ragazzi: “andate avanti, trovate la vostra strada, la vostra chiave di racconto e raccontate!”.

L’empatia con l’altro emerge in maniera esponenziale secondo me nelle tue canzoni e questo ha sicuramente contribuito a creare un legame speciale tra te e il pubblico…
Sì anche secondo me c’è questa cosa, è una mia naturale predisposizione. Cerco di combattere quella che per molti è la paura della solitudine, con la ricerca del terreno comune con l’altro. E’ facile trovare qualcosa che divida dagli altri, perché ognuno è diverso, però c’è sempre un fondo comune specialmente tra quelli della stessa generazione o quelli che vivono nello stesso territorio. Se vai a scavare ci sono punti di condivisione, che secondo me sono le piccole cose. A volte si può essere divisi su temi immensi, ma poi quando parli delle piccole cose, dell’immediatamente prossimo come può essere l’amicizia o un sentimento nei confronti di un’altra persona, ci pensi e non c’è molta differenza. Se sento ad esempio dei pezzi di Carl Brave, di Calcutta o dei primi TheGiornalisti, le canzoni parlano delle piccole cose, del sentimento. Alla fine sono luoghi in cui tutti si incontrano, generazione dopo generazione. Se riesci a trovare un luogo che appartenga a tutti quelli che ti ascoltano, quello lì è il luogo in cui creare questo sentimento di empatia, che secondo me è giusto che la musica crei.

Anni fa cantavi “Nessun rimpianto, nessun rimorso…”: c’è qualcosa che non rifaresti, di cui ti sei pentito?
Probabilmente certe valutazioni errate… Non so come dire… Quando sono andato a Sanremo nel 2011 sapevo di non essere in grado di gestirlo, sapevo che quello che ho presentato non sarebbe stato il pezzo giusto. Ho accettato, ma forse avrei dovuto seguire il mio istinto. Per prima cosa Sanremo è un luogo da centometristi e tu sei un maratoneta: purtroppo sui 100 metri non reggi bene e poi sentivo che non era una cosa mia, non era la scelta giusta. Col senno di poi cederei meno a certi consigli dati senza dubbio a fin di bene, ma quando hai l’istinto che quella cosa è meglio non farla bisogna sempre seguirlo, perché per lo meno se sbagli hai sbagliato tu!

Però mai dire mai per un futuro Sanremo…
No, assolutamente! Per il momento siamo tutti in forse, compreso Sanremo, ma non è detto! Sono quelle cose che devi sentire addosso e ci deve essere una sorta di allineamento astrale per cui hai il brano giusto, lo stato d’animo giusto e allora vai!

La prossima domanda forse ti manderà in crisi, io ci sono finita mentre la pensavo! Se dovessi scegliere le tue 3 canzoni più rappresentative, quali diresti e perché?
Eeeh… Allora… La canzone per me più rappresentativa è sicuramente “Gli anni”, perché ci sono elementi come la nostalgia, il tempo che passa, ma anche l’amore. Un’altra potrebbe essere “Hanno ucciso l’uomo ragno”, perché è quella con cui ho cominciato e come terza ti direi una canzone minore, ma che al suo interno ha un tema che secondo me spiega un po’ di cose e si intitola “Quello che capita”. Racconta del rapporto tra casualità e predestinazione, tutta una roba delirante, ma che alla fine mi rappresenta molto!

E per concludere, invece, le 3 canzoni a cui sei emotivamente più legato?
Anche qui metterei “Gli anni”, poi “Hanno ucciso l’uomo ragno”… e come terza stavo per dirti “Come mai”, perché mi ha portato molta fortuna, ma ora che ci penso scelgo “L’universo tranne noi”, perché mi ricorda un momento di rinascita, dopo il Sanremo famoso di cui ti parlavo poco fa. E’ stato un pezzo che è arrivato improvvisamente e ha cancellato tutto quello che avevo vissuto di negativo con quell’esperienza e di conseguenza il pessimo rapporto che avevo psicologicamente col mio lavoro in quel periodo. Mi sono detto “dai, allora sono ancora capace!”.

Passano gli anni, ma per me il nome di Max Pezzali continua ad essere associato a quelle 3 parole precise… “Sei un mito”!

Carlotta d’Agostino

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