Milano, marzo 2020.

Ognuno nella propria rispettiva abitazione. Io, un telefono, un computer; dall’altra parte un altro telefono, una chitarra, delle mani sulle corde, una voce nel ricevitore: quella di Mario Lavezzi.

Il grande “Music Maker” italiano Mario Lavezzi, autore, interprete e produttore di grandissimi successi dagli anni ’60 fino ad oggi che, giusto per ricordarlo, ha scritto per Anna Oxa, Fiorella Mannoia, Caterina Caselli, Lucio Dalla, Gianni Morandi, Alexia, Marco Carta e davvero tantissimi altri, ha deciso di passare una buona mezz’ora in nostra compagnia.

La conversazione insieme a Mario Lavezzi ha rivelato un uomo dalla natura curiosa, studioso e attento alla contemporaneità, camaleontico quasi, con una grandissima passione per la musica. Una persona che cerca di cogliere quello che di prezioso ha vissuto nella sua carriera per farne tesoro e indicare la strada a chi è ancora all’inizio della lunga via. 

Io inizierei col raccontare il progetto “Campusband”, il concorso nazionale arrivato alla quarta edizione e portato avanti da lei in primis, insieme poi a Mogol e Franco Mussida, così anche da incoraggiare magari qualche giovane under 25 che ci leggerà dalla sua cameretta durante la quarantena. Quindi, “Campusband”: come è nata l’idea e come funziona.
L’idea di Campusband nasce dal fatto che io stesso ho iniziato con un gruppo di studenti, un gruppo, una band che ho formato quando avevo 16 anni, eravamo tutti studenti. Tra questi c’era anche Teo Teocoli, che era un po’ più grande di noi, aveva diciotto anni, ed era un po’ il nostro faro all’epoca. Ricordo che partecipavamo a tutti i festival studenteschi che di solito si svolgevano a ridosso delle vacanze di Natale. Diciamo che l’idea del progetto nasce da lì, dal fatto che io stesso fossi partito con un gruppo studentesco. Credo poi che ci siano stati grandi artisti come Jannacci e De Andrè che hanno studiato, si sono laureati e poi hanno percorso la loro strada in un’altra direzione, avevano una vera passione per la musica. Dirò anche che in queste prime 3 edizioni di “Campusband” abbiamo constatato un’ottima qualità tra i finalisti. All’interno delle scuole si possono trovare davvero dei talenti di tutto rispetto. Per quanto riguarda il procedimento di iscrizione basta caricare sul sito di Campusband nell’apposita sezione un file mp3 contenente una cover e un altro file contenente un brano inedito. E’ importante per noi valutare la creatività nello scrivere una canzone e la creatività nell’interpretare una cover con un arrangiamento magari originale. La giuria vota dal portale, si fa una media dei voti e si viene a creare così lo scacchiere dei finalisti. La finale, sperando che questa emergenza sanitaria finisca il prima possibile, si disputerà al castello Sforzesco di Milano nella bella cornice dell’”Estate Sforzesca”. Il vincitore della finale avrà la possibilità di registrare in uno studio professionale il suo inedito e di girare il videoclip del brano. In questo modo il giovane artista avrà la possibilità di partecipare ad esempio a Sanremo Giovani con un singolo pubblicato ufficialmente. Le categorie del concorso sono tre: cantautori, interpreti e band. Se il vincitore assoluto fosse un cantautore, questi avrebbe la possibilità di partecipare alla scuola di Mogol con una borsa di studio, se dovesse vincere una band, un componente della stessa avrà la possibilità di partecipare alla scuola di Mussida per musicisti.

A proposito di valutazioni vorrei chiederle, secondo la sua esperienza, che cosa deve avere una canzone per ritenersi riuscita?
Allora, innanzitutto sia la scrittura musicale che lirica devono avere una certa qualità, poi quello che conta è l’originalità. La musica di oggi che si sente è molto omologata, sembra tutta uguale. È importante essere originali, avere una personalità espressiva. In passato chi ha avuto questa qualità ha avuto molto successo, pensiamo a Battisti… Parlando più del presente non si può certo dire che Tiziano Ferro nella sua proposta non sia originale, lo stesso Jovanotti… capito? È il tratto artistico che fa la differenza, come nella rappresentazione pittorica, un’idea originale impressa nel tratto stesso dell’artista.

Oggi rispetto agli anni ’70/’80 è cambiato di più il pubblico o è proprio la musica a essere diversa? Parliamo di musica pop ovviamente.
Io credo che sia cambiata l’Epoca. Diciamo che chi ha vissuto gli anni ‘60/’70/’80 è stato un privilegiato in termini proprio sociali. Dopo la Guerra la creatività è stata espressa in maniera straordinaria in tutti i settori dell’Arte. Ancora oggi nella moda ripropongono i figli dei fiori, nel design la 500 e la MINI… è un mondo che ritorna.

“E la vita bussò”: da cosa nasce l’esigenza di scrivere un’autobiografia e come avete deciso di raccontarla Lei e Luca Pollini
Innanzitutto di recente ho pubblicato un album omonimo “E la vita bussò” per celebrare i miei 50 anni di carriera. All’interno troviamo 3 cd: uno contenente le canzoni che ho scritto, uno le canzoni che ho prodotto e il terzo le canzoni che ho interpretato. Inoltre, l’edizione prevede un vinile e un 45 giri contenete una cover di “Yesterday” dei Beatles in italiano, si tratta di un brano registrato da giovanissimi, non ci rendevamo conto di quello che facevamo (ride, ndr). Inoltre un brano dei Camaleonti che è “Sha-la-la-la-la” il quale segna il momento in cui sono entrato nel gruppo. Diciamo che il libro sottolinea e fondamentalmente è un racconto di quello che la musica ha rappresentato nelle varie epoche, la beat generation, il movimento hippie, l’impegno politico… Il libro contiene molti aneddoti personali che possono essere utili per comprendere ogni epoca.

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Negli ultimi anni diciamo che il grosso del cantautorato italiano contemporaneo appartiene alla nuova scena romana, come si spiega questa “esplosione” del fenomeno in quell’area circoscritta?
È accaduto quello che succede sempre, è accaduto anche in passato. Pensiamo al cantautorato genovese: De Andrè, Paoli, Lauzi, Fossati… al cantautorato milanese, ce ne sono stati tanti: Jannacci… per non parlare degli anni ’50 “Oh mia bella madunina”… il cantautorato napoletano ha avuto un certo peso… insomma, di volta in volta, non c’è un perché, avviene naturalmente che emergano degli artisti in una determinata zona. Vogliamo parlare di Bologna? Lì forse è stato quasi più un fenomeno regionale. Insomma, è fisiologico, va a ondate e non si può spiegare, è la natura delle cose.

L’industria musicale con la rivoluzione del digitale ha fatto sì che con lo streaming la fruizione della musica fosse alla portata di tutti e gratuita. Secondo Lei al giorno d’oggi si ascolta più musica e si “fa” più musica per questo? Sicuramente la figura dell’appassionato esperto e collezionista è più legata all’immaginario dell’era analogica della musica, ma è davvero così?
La musica è cambiata completamente nella fruizione, i cd sono un oggetto non obsoleto, quasi giurassico. La musica è diventata liquida. L’uso che se ne fa è talmente veloce che si perde subito. Noi abbiamo avuto la possibilità che la nostra musica diventasse un sempreverde. “La luna bussò” ad esempio, la riproducono e la cantano ancora ovunque. Ecco, quello è un sempreverde. Ora è difficile, è talmente veloce l’uso e il consumo della musica che esce in radio il singolo di un nuovo cantante e nell’arco di uno o due mesi viene completamente consumato, e si passa a un’altra canzone. Sempreverdi di adesso è difficile trovarne… forse “Essenziale” di Marco Mengoni e, gli auguro, la canzone di Diodato che ha vinto Sanremo che è scritta con tutte le caratteristiche di qualcosa che possa durare a lungo. Comunque è difficile in questa epoca spiccare e soprattutto rimanere. Si segue la moda, l’omologazione, ed è triste, mi dispiace molto per gli autori. L’esecuzione pubblica, che consente agli autori di avere un introito, è quella che maggiormente paga. L’esecuzione pubblica nasce dall’esigenza di soddisfare un bisogno: la gente vuole sentire quella canzone. I sempreverde vivono ancora per questa ragione. Realisticamente per un ragazzo di oggi è difficile creare una canzone che sia per sempre. C’è anche un problema di iperproduzione…

Questo è proprio vero, diciamo che oggigiorno è più facile portare la propria musica sulle piattaforme di streaming, poi però ci si trova subito impantanati in un marasma di artisti dal quale è difficile emergere.
Certo, diventa complicato. Lo vediamo anche dai talent, gli artisti che sono usciti in questi anni e sono rimasti li contiamo su una mano… E anche lì uno si dovrebbe fare una domanda… Se in vent’anni emergono solo cinque cantanti qualche problema c’è. Sanremo forse ne ha tirato fuori qualcuno di più, ma anche lì… Facciamo fatica a ricordarci chi ha vinto Sanremo tre anni fa, o sbaglio? (ride ndr).

Purtroppo è proprio così! A proposito di premi… fra tutti quelli che ha vinto in carriera, a quale è più legato o ha provato più orgoglio nel riceverlo?
Sicuramente l’Ambrogino d’Oro. Poi il Telegatto che ho ricevuto nel 1983 come “Music Maker”, ne sono molto fiero perché la parola stessa in inglese racchiude tutto quello che faccio: scrivo, interpreto e produco la mia musica.

Passando ora ai giorni che stiamo vivendo quotidianamente durante questa Emergenza Coronavirus, quindi quarantena, incertezza, paura…. Come sta vivendo Mario Lavezzi questo periodo così particolare e difficile? Qual è la sua routine?
La musica crea allegria e spensieratezza. Ma per tutti. La mattina uno accende la radio, mette su la propria musica e inizia la giornata con la sua colonna sonora personale. Io in questi giorni spesso prendo la chitarra e interpreto una canzone, poi il video lo posto sui miei canali social. Pupo ad esempio ha fatto una versione de “Il primo giorno di primavera” proprio il 21 di marzo, il primo giorno di primavera, che io ho scritto insieme a Mogol. Pupo ha cambiato il testo e me l’ha mandata poi con un adattamento, io l’ho postata e ha avuto molti likes. Diciamo che non avendo la possibilità di esibirci, perché è tutto chiuso ovviamente, ci ritroviamo a fare queste iniziative. Purtroppo stiamo subendo, come settore musicale, delle perdite non indifferenti a causa di queste, se pur giuste, restrizioni. A Sanremo è stato stoppato quello che avrebbe potuto essere lo sviluppo delle vendite inerenti al festival…

Poi ci sono tutti i concerti annullati…
Esatto, il vero problema infatti è il diritto d’autore. Abbiamo calcolato con SIAE che stiamo perdendo globalmente circa 30 milioni di euro al mese. Ammetto che siamo un po’ preoccupati tutti quanti.

Per concludere: un album che si sente di consigliare da ascoltare durante la quarantena?
Veramente ce ne sono parecchi… Io direi che non c’è un album. Oggi non ha neanche più senso fare un album di canzoni inedite, a meno che non ci sia una vera idea. Il mio album di cui parlavamo prima contiene solo un inedito, è una collana di successi, però contiene un’idea, l’idea del cinquantesimo. Anche a Ornella Vanoni (Mario Lavezzi è il produttore della Vanoni, ndr) ho detto: non ha senso fare un nuovo album di inediti. O ci viene un’idea davvero valida, altrimenti mi chiedo perché la gente dovrebbe comprare oggi un tuo disco di inediti quando tutti ascoltano su Spotify una o massimo due canzoni di ogni album.

Questo è vero, spesso gli artisti e le case discografiche sono costretti a pensare a un album con le canzoni “forti” in cima perché sono quelle che la gente ascolta, poi, prima di finire la riproduzione del disco, passa ad altro. Le singole persone poi ascoltano principalmente playlist che non hanno un’identità artistica precisa, ma rappresentano solo un mood estemporaneo o un gusto personale.
Questa è la realtà. Come potrei oggi consigliare un album? Consiglio una playlist! Consiglio di seguire non la moda, ma la tecnologia e di essere sempre connessi al presente che stiamo vivendo. È importante essere al passo coi tempi, ma nel senso di saper comprendere e quindi adattarsi al momento storico in cui stiamo vivendo.

Federico Guarducci

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