La cosa che più amo di questo lavoro è avere la possibilità di conoscere più da vicino quegli artisti che, con le loro canzoni, mi hanno accompagnata nel corso della vita. Spesso durante le interviste crolla quella “barriera”, quel vedere il personaggio come un “mito inarrivabile” ed emerge il lato più intimo e vero della Persona. E’ proprio quello che è avvenuto in una lunga telefonata con Irene Grandi, tra ricordi di un nostalgico passato e consapevolezze di un presente tutto da vivere.
Una maturità artistica pienamente evidenziata nell’album “Grandissimo“, una raccolta che rappresenta i 25 anni di carriera dell’artista toscana.
Irene Grandi – dopo il successo al Festival di Sanremo 2020 con il pezzo “Finalmente io” – ha lanciato prima dell’estate il singolo “Devi volerti bene” ed il recente “Quel raggio nella notte“, nato dalla penna di Mario Amato e con un videoclip che vede la regia di Lorenzo Andreaggi. E proprio parlando di quest’ultimo lavoro ha preso il via la nostra chiacchierata…

E’ uscito in questi giorni il tuo nuovo singolo “Quel raggio nella notte”, una canzone intensa scritta da Mario Amato: cosa rappresenta per te?
In questo periodo il brano ha assunto un significato ancora più importante, è una canzone “nata magica” secondo me, ha una magia tutta sua nella melodia, nel modo in cui la canto, nelle parole del testo e per di più è voluta uscire proprio in questo momento. Noi la amavamo molto e volevamo pubblicarla assolutamente, ma prima dell’estate ci sembrava un po’ fuori luogo dato che eravamo appena usciti da una situazione drammatica. O almeno così sembrava. Poi ci siamo detti che l’anno stava per terminare, non si potevano far concerti, nulla, se non produrre qualcosa. Abbiamo deciso di lanciarla e poco dopo è ricominciato questo disastro che stiamo vivendo ormai da mesi per il Covid. Come dire… Sembrava volesse essere lei, la canzone stessa, a voler uscire, a voler comunicare un messaggio, a dire di stringersi l’uno con l’altro, di essere uniti, solidali, di cercare un senso nelle nostre relazioni, proprio per superare questo momento così complicato. Quando il testo dice “Tu mi fai vedere il sole in un mondo che non mi illumina più” viene un po’ il brivido! Mi sembra una canzone che ha le sue ali, io le ho solo dato voce, ma lei viaggia su un senso quasi cosmico, che in qualche modo ha preso da sola. Abbiamo fatto quasi dei miracoli per rilasciarla, perchè ci siamo stretti intorno a dei progetti, l’abbiamo realizzata praticamente senza budget, tutti per solidarietà alla musica. Ho scambiato delle prestazioni artistiche con Lorenzo Andreaggi che è il regista del video ma che è anche un cantante: ho fatto un duetto nel suo disco e lui in cambio ha girato il video per me. Ci sono stati dei casi, degli incontri, che hanno reso possibile l’uscita di questo brano in un momento in cui non ci sono economie. Una collaborazione d’amore per quello che si fa e per cercare di lasciare qualcosa, lanciare qualche messaggio alle persone.

In estate hai pubblicato il pezzo “Devi volerti bene”, in cui musica e parole si fondono alla perfezione. Quanto conta per te l’aspetto spirituale e lo star bene con se stessi?
Sempre di più (ride, ndr)! Perché mi rendo conto che sono proprio le cose che danno quella soddisfazione che va al di là del successo, perché fa sentire a te stesso che stai facendo qualcosa di buono, sia per te che per gli altri, dando magari dei messaggi attuali, giusti per il momento. La coscienza di avere anche un ruolo di “messaggero” attraverso la mia arte è una cosa che mi dà tanta voglia di continuare a farlo. Capita ci siano pensieri del tipo “ma ha senso o non ha senso fare queste cose?”, anche considerando i cambiamenti nel mondo della musica… Noi cantanti sembriamo di un’altra epoca, adesso va solo il rap, la trap e lo capisco, perché è giusto che i giovani trovino la loro espressione, ma noi cantanti spesso ci facciamo delle domande e speriamo che il tempo possa darci ragione nell’aver continuato, perché la musica ha tutto il diritto di essere varia e crediamo non debba solamente seguire delle regole di mercato.

A Sanremo 2020 hai presentato “Finalmente io”, una canzone scritta da Vasco Rossi: ci racconti meglio come è nata questa collaborazione e che rapporto avete?
Ormai lo posso dire che siamo amici, mi sostiene sempre, sento che mi vuole bene e crede in me artisticamente! Quest’ultima canzone trova origini in realtà nel 2018, quando feci un progetto particolare che si chiamava “Lungo viaggio”, un progetto teatrale molto alternativo e abbastanza di nicchia, per il quale chiesi un cameo a Vasco, che accettò di partecipare. Attraverso quella strana collaborazione un po’ sperimentale abbiamo riallacciato dopo tanti anni che non facevamo più niente insieme ed in quell’occasione cominciai a dirgli “Oh però se ti viene una bella canzone rock-pop come sai fare tu dimmelo perché io adoro cantare le tue cose!”. Dopo due anni – perché ci ha pensato bene (ride ndr) – è venuto fuori questo brano che mi è piaciuto, era un bel ritratto autoironico e più consapevole. Come era stato per “La tua ragazza sempre” nel 2000, questo mi è sembrato un autoritratto di una donna che ha ancora più vissuto, che riconosce i propri errori, i propri limiti e che però ad un certo punto si perdona. In questo ritrova il suo punto di forza, cioè il momento del canto, in cui si mette a fuoco e sa che in quel momento sta facendo quello che è giusto. C’è quel senso di soddisfazione grande che fa bene al cuore, così tanto bene che quasi non ne può fare a meno.

Sul palco dell’Ariston è emersa la tua immancabile energia, ma anche una forte evoluzione artistica e personale. C’è stato punto di svolta nella tua vita e nel tuo percorso?
Sì c’è stato nel 2010 e, come spesso accade in tutte le evoluzioni, ha coinciso con un momento di crisi, in cui quasi non mi riconoscevo più in quella che ero. Sentivo come se non fossi più “solo quella”, come se mi fossi persa qualcosa negli anni, come se avessi dato maggiore priorità a qualcosa piuttosto che ad altro. E’ stato un periodo di ripensamento, di desiderio di cambiare certe priorità, di silenzio ed infatti poi nel 2012 sono tornata alla musica con un progetto realizzato con Stefano Bollani. Mi sono data la possibilità di fare degli esperimenti, delle cose nuove per crescere, perché altrimenti un artista può rischiare di rimanere sempre la copia di se stesso. E’ proprio attraverso gli incontri, le sperimentazioni che uno può evolversi, lanciarsi, sfidarsi e sfidare le proprie capacità. C’è stata anche la scoperta dello yoga, che mi ha invitato sempre di più a cercare di seguire quel sentire che fa star bene, più che lavorare a tavolino con delle strategie. Magari ho raccolto meno successo popolare da certi punti di vista, ma ora le persone che ascoltano la mia musica mi sentono, mi vedono per come sono cambiata, per come sono veramente e questo mi dà una grande fiducia. Spesso le persone si sentono toccate da quello che fai perché lo percepiscono autentico.

Se ti dicessi anni ’90, Arena di Verona, Festivalbar… Cosa mi risponderesti?
No vabbè… Madonna che emozioni! Che adrenalina a palla! Mi ricordo che non andavo mai a letto prima delle 3.00 perché dovevo smaltire tutta quella botta di energia! Anche un po’ di nostalgia per certi versi, perché erano momenti divertenti dove c’era un confronto artistico senza quell’ansia della gara che ti dà Sanremo, che ti possono dare i talent. C’era un modo di stare insieme con la musica leggero, che ormai manca. Amavo quei momenti, anche per noi non erano molto impegnativi: si cantava voce su base, a volte anche in playback, era proprio un modo per divertirsi con la musica ed un modo per confrontarsi con artisti stranieri, ogni tanto c’era la star… era ganzo! Mi manca! Era più gioioso, non c’era giudizio… La musica è fatta anche per allietarci, non sempre e solo per essere sezionata. Mi manca quell’atmosfera lì…

Ed invece ti manca qualcosa dell’Irene Grandi di quegli anni?
Mentre ora – che poi è il bello di crescere – devo cercare sempre un senso a quello che faccio e quindi anche io ci metto un po’ di peso, all’epoca non mi chiedevo nulla: partivo e cantavo, ogni anno avevo una canzone nuova, ma era una cosa quasi spontanea. Ora magari prima di uscire con un nuovo pezzo c’è quella riflessione più sul “sarà abbastanza adulto? Verrà capito?”, mentre prima c’era più leggerezza anche forse in come noi la vivevamo, c’era meno consapevolezza. Ti direi quella leggerezza e quell’energia nel correre su un palco dall’inizio alla fine, che se lo facessi ora…. (ride ndr)! Un’energia da vulcano, tutta esplosiva, era divertente averla, però ad esempio a cantare mi diverto più ora, perché riesco a fare più cose. Prima dovevo puntare sull’energia, adesso posso giocare una canzone sull’energia, una sull’introspezione, una sull’intimità, una sulla raffinatezza. Ci sono tanti aspetti che in qualche modo mi fanno sentire più preparata, più sicura e con più esperienza rispetto a prima, quando pativo il fatto di dover essere sempre all’altezza di quel grande successo che mi era capitato di avere.

E niente… Irene è sempre “grandissima”!

Carlotta d’Agostino

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