Exotic Diorama” è un disco figlio del mondo, partorito e cresciuto dall’eclettica Christine Herin, in arte Dolche. Da sempre catapultata in contesti internazionali, nel suo sesto progetto discografico la cantautrice e polistrumentista italo-francese mette insieme le esperienze, i suoni, le parole che l’hanno accompagnata nel tempo e nei luoghi. Come i tasselli di un puzzle. Non a caso, il titolo “Exotic Diorama” si rifà ai diorami del Museo Nazionale di Storia Naturale di New York, dove ogni ricostruzione rappresenta scene di vario genere. Ascoltare “Exotic Diorama” è come addentrarsi in terre ed ere diverse. Pubblicato lo scorso 23 ottobre, potrete assaporare quel senso del viaggio che Dolche ha voluto racchiudere al suo interno.

“Exotic Diorama” è un disco dal sapore internazionale. Ogni brano è caratterizzato da influenze musicali e atmosfere differenti. Ce ne parli meglio?
Quando scelgo i suoni da mettere nella mia musica, mi sento un po’ come quando scelgo cosa mangiare quando passeggio per le strade a New York. Mi faccio sedurre da tutto e i sapori più disparati si accostano senza pregiudizi, creando una inaspettata armonia tra loro. In pochi isolati mi trovo a stuzzicare del kimchi a Koreatown, un falafel sulla 8th Avenue e un cheviche nel ristorantino peruviano dietro il Madison Square Garden. Mondi lontani si fondono senza saperlo perché hanno tutti un comune denominatore: il gusto del viaggio. È vero che tutte le canzoni di “Exotic Diorama” sono diverse tra loro ed è anche vero che all’interno della stessa canzone a volte si mischiano strumenti e culture diverse. “Canzone d’amore”, per esempio, è una canzone in italiano, dalla struttura orecchiabile che si avvicina alle nostre sonorità ma ha delle incursioni hawaiane con il pedal steel che richiama gli anni ’50. Oppure “Big Man”, dal suono nordeuropeo ha dei momenti ritmici dal suono quasi militare uniti al suono tribale delle percussioni giapponesi. Nonostante il mix, che sulla carta può sembrare sconnesso, il suono di tutto l’album risulta uniforme e coerente. Diciamo che tutti gli aspetti del mio patrimonio musicale e culturale si fondono insieme e miracolosamente funzionano. Testare per credere.

Hai appreso da autodidatta la composizione musicale, l’uso della voce e di strumenti come il pianoforte, la chitarra, il basso e le tastiere elettroniche. Hai avuto qualche artista di riferimento?
Oh, sì molti! Da piccola ho amato la voce di Aretha Franklin che ho scoperto nella piccola biblioteca dove c’erano a disposizione dei vinili. Mi sono allenata per anni da sola in cucina mentre scaldavo da mangiare per i miei fratelli o nella stanza da letto che condividevo con loro, nei rari momenti in cui ero sola! Avevamo pochissimo accesso alla musica, principalmente canti e musica popolare che i miei ascoltavano la sera. Da ragazza mi si è aperto un mondo e sono stata sempre una vorace ascoltatrice di pochi artisti. Tutti mi incuriosivano ma alcuni li studiavo a fondo, sviscerando le armonie e le note e i passaggi armonici. Bjork, Prince, Bowie e Joni Mitchel sono stati tra questi. Anche la musica classica e la musica lirica hanno avuto una grande influenza nella mia musica. Di entrambe ho studiato e colto i segreti per poi destrutturarli e ricomporli in un mio stile personale. Ultimamente trovo eccezionale Billie Eilish, credo che nella sua produzione ci sia una miscela musicale inusuale e molto interessante ma che risulta stranamente pop e di facile ascolto.

L’album “Exotic Diorama” tocca tematiche importanti. C’è una canzone a cui sei più legata o nella quale ti rispecchi maggiormente?
“Sunday Mood” è per me molto importante. Porta con sé una mia esperienza personale molto intima e insieme il percorso di vita fondamentale che mi ha portata a liberarmi e fiorire sia come donna che come artista. Molte donne si confrontano con la violenza e con l’abuso (fisico o mentale che sia) e purtroppo non molte riescono ad uscire da quel meccanismo oppressivo e riguadagnare la fiducia e la stima per se stesse. “Sunday Mood” rappresenta un canto, un grido di gioia e liberazione, un momento di catarsi e di trasformazione. La musica cresce e si arricchisce man mano e si moltiplica nei cori e nei suoni fino a disperdersi in un sussurro. Adoro questa canzone, mi ricorda i brani degli anni ‘70, quella musica che ti permetteva di perderti e di lasciarti andare, quella musica che ti sorprendeva e pareva catartica, musica molto distante dalle produzioni di massa di oggi che sembrano suonate dagli stessi musicisti, con gli stessi suoni, con gli stessi effetti, cambia solo il nome dell’artista, ma il prodotto pare identico.

E allora vi lasciamo al “Sunday Mood” di Dolche:

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