A poco più di un mese di distanza dalla nostra intervista in quel di Sanremo, incontriamo una Paola Turci più viva che mai, con una luce negli occhi pronta ad esplodere a suon di note.
E così, tra un bicchiere di bollicine e qualche risata, ci siamo fatti raccontare in anteprima qualcosa del suo nuovo album di inediti, intitolato proprio “Viva da morire”, uscito per Warner Music lo scorso 15 marzo.
Un disco energico e coinvolgente, a tratti più melodico ed intimo, ma con una profondità di testi che catturano l’attenzione più di ogni altra cosa. Paola Turci appare raggiante ai nostri occhi, emozionata, curiosa di vedere le reazioni del pubblico che di lì a poco incontrerà nel suo primo firmacopie alla Discoteca Laziale di Roma.

Avevi detto che questo disco sarebbe stato “vivo da morire”, proprio come te. Si percepiscono tutta la tua energia e la tua positività. C’è una canzone dell’album in particolare che rispecchia meglio questo messaggio?
E’ un disco eterogeneo, quindi non posso prendere come rappresentativo dell’album una canzone sola. Penso sia giusto ascoltarlo per intero e capire che ogni brano è a sè, è una canzone slegata dall’altra. Il disco ha un comune denominatore, cioè la mia storia, che è un po’ un roller coaster, un up and down di emozioni, esperienze, è un passato-presente-futuro anche per le scelte artistiche che ho fatto. Ci sono dei momenti in cui si sente una me del passato, una me che non si conosce e una me attuale.

Una te che non si conosce?
Sì, una me che non si era mai sentita, attraverso il featuring con Shade ad esempio o la canzone “Viva da morire”. Non ci si aspetta da me un brano del genere, soprattutto dopo la canzone di Sanremo (“L’ultimo ostacolo”, presentata al Festival di Sanremo 2019, ndr).

Ascoltando il disco c’è come uno spartiacque. Ho percepito la prima metà come viva, coinvolgente, ritmata, in linea con il titolo, e la seconda metà più poetica e riflessiva… È così?
E’ una sequenza pensata per un’armonia musicale, per non mescolare troppo un brano con un altro. “Le olimpiadi” e “Viva da morire” sono vicine… Il disco si intitola “Viva da morire”, perciò non potevo iniziare con “Piccola”, che è invece una degna chiusura. Dentro ci sono brani come “La vita copiata in bella” e dei racconti, delle storie. A volte c’è solo la voglia di sgranare gli occhi di fronte alla vita, alla possibilità che abbiamo di vivere, quindi si va oltre la canzone.

Nei primi brani parli di ostacoli, olimpiadi da affrontare tutti i giorni, il “voler mordere la vita finché non ti mangia”, perché hai “troppi sogni per andartene a dormire”. C’è stato un momento specifico in cui ti sei detta “Basta, voglio ricominciare a sentirmi viva da morire”, perché è “una rivoluzione naturale l’arte di ricominciare”?
Sì sì, l’ho fatto con questo disco. Dopo l’album precedente “Fatti bella per te”, dopo quel lavoro molto personale, ho avuto un momento no, un momento in cui mi sono persa. Non sapevo, non capivo, non riuscivo a riprendere più il filo della storia e non riuscivo nemmeno a vedere bene all’orizzonte. Questo disco qui non lo aspettavo, proprio per questo motivo. Poi invece è successo qualcosa e non mi sono stata a chiedere il perché o il per come, non mi sono chiesta nemmeno il perché non abbia scritto interamente io questo lavoro, nonostante parli di me. Non avrei potuto forse scrivere così bene le cose che volevo cantare, l’album è arrivato a me, non sono io che sono andata a cercarlo, ecco.

Paola Turci durante la presentazione del suo nuovo album a Roma

Hai presentato questo disco con tre fasi. Qual è la canzone che rappresenta di più Paola?
Ti potrei dire che è “Piccola”, però anche “Viva da morire” mi descrive. Solo chi mi conosce davvero bene sa che io sono anche questo. Magari non mi si vede in questo modo, non mi si legge così…

Ci sono due canzoni come “Piccola” e “Non ho mai” che sono intime, personali, delicate ed emergono in modo netto la tua estrema dolcezza e sensibilità. Una trasparenza che fa parte di te?
Ho sempre provato a farlo trasparire, anche se non sempre ci si riesce bene, bisogna essere davvero dei grandi professionisti per riuscire a descriversi perfettamente per come si è. Io lo faccio con la voce, anche se dico delle cose più limitate della mia emozione. Non devo raccontare quello che sono, devo capire quello che sono attraverso quello che faccio. E’ più una condivisione, cerco me stessa e racconto le mie emozioni, le vivo e basta, poi c’è chi le sente, le comprende e magari qualche volta sono io stessa a comprenderle insieme all’altro. Ci sono magie misteriose dentro la musica, dentro la voce ed è bellissimo che lo siano.

Cosa mi diresti se ti dicessi, citando il tuo pezzo, “forse sei molto di più”?
Eh beh, mi piacerebbe! In quella canzone ci ho visto Bianca, mia nipote, che è la ragazza che avrei voluto essere se non mi fossi persa negli anni ’80, un periodo tra l’altro che voglio raccontare nel romanzo che ho iniziato a scrivere. Bianca è una ragazza che a 17 anni aveva letto già tutto Dostojewski e Nietzsche in inglese. Ecco io ammiro tantissimo quelle persone giovanissime che si impegnano, sono curiose, studiano, scoprono, che vogliono vedere cosa ci sia “di là”, che approfondiscono. Lei a 10 anni già leggeva Montale, adesso studia chimica degli elementi e vive da sola in un’altra città. Avrei tanto voluto essere lei.

Avere quel coraggio…
Quel coraggio, quell’attitudine, quella volontà e l’idea appunto che la vita te la formi da adolescente in questo modo, non perdendoti.

Carlotta d’Agostino

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