Abbiamo incontrato negli RCA recording studios di Milano un sorridente ed entusiasta Francesco Renga, che ci ha accolti con puro fervore facendoci ascoltare in anteprima alcuni dei brani contenuti nel suo nuovo disco “L’altra metà”, in uscita domani ovunque.
Seduti sui divanetti in studio, abbiamo parlato di musica, di linguaggi che cambiano, del Festival di Sanremo e delle nuove generazioni che stanno rivoluzionando il panorama musicale italiano.

Ciao Francesco, raccontaci un po’ il tuo album… Per questo disco hai collaborato con autori di differenti generazioni: quanto è importante per te, in questo momento della tua carriera e della tua vita, essere un buon comunicatore?
Questa volta ho sentito il bisogno di parlare alle nuove generazioni, alla generazione dei miei figli. Vocalmente è stato difficile, la scioltezza e la precisione che caratterizzano alcuni brani del mio disco sono il frutto raccolto alla fine di un lungo percorso. Ho cercato di epurarmi da fronzoli e virtuosismi. Il linguaggio vuole essere quello della musica contemporanea, che io trovo molto performante. I testi sono scritti con tante parole, le strofe sono cadenzate… E’ qualcosa di davvero lontano dalla mia idea di canzone, di musica proprio, se penso a solo 6 o 7 anni fa… La concepivo proprio diversamente. Ho dovuto rivedere la mia lirica, il mio modo di usare la voce, mi dicevo “di meno, di meno” “togli, togli”. Se prima pensavo alla canzone con una struttura progressiva, adesso è diverso, ti do tutto subito, aperto, diretto, performante. In questa ottica però, assecondando questa spinta, questo bisogno di cambiamento, ho cercato un linguaggio che fosse mio, che fosse rispettoso di quello che ero e di quello che sono oggi, non volevo assolutamente buttare via 35 anni di lavoro. La mia urgenza è stata quella di rimanere connesso a un mondo che sta cambiando. Il processo creativo è stato molto diversificato in queste canzoni, ma è stato allo stesso tempo tutto molto naturale e mi sono proprio divertito a lavorare in maniera così differente con questi nuovi artisti, come ad esempio Gazzelle, Ultimo… Volevo, avevo poi l’esigenza di dire delle cose di un uomo di cinquant’anni, ma che fossero assolutamente fruibili da tutti, quando parlo di credibilità mi riferisco proprio a questo. Il rischio, lo scivolone era dietro l’angolo… Non avrei mai voluto fare l’imitazione di un qualcosa che mi era piaciuto ok, ma che addosso non mi stesse affatto bene. Le nuove generazioni hanno questo dono di capire subito se quello che gli stai raccontando con la tua arte, con una canzone, è vero, autentico o una fake, qualcosa di costruito e non tuo, hanno davvero questa sensibilità che io ad esempio non ho. Sono davvero felice di questo disco, di questa altra metà che è come uno spartiacque, da qui parlerò di prima questo disco e dopo questo disco.

Quindi “L’altra metà” è anche in questo senso, non rappresenta solo un profilo finora celato di Francesco Renga?
L’altra metà è anche in questo senso, oltre all’altra metà anagrafica, i miei 50 anni, l’altra metà della storia, del percorso, ma è soprattutto questo spartiacque: da qui in poi sarà diverso. Nella mia carriera ormai piuttosto lunga, sono 35 anni… ho attraversato diversi momenti di mutamento, ma mai così. Questo è un cambiamento veloce che è ancora in atto, in pieno essere, e lo avverto proprio tutto chiaramente. È stato traumatico capire come le cose stavano cambiando in maniera così veloce e radicale. La mia generazione è abituata probabilmente a dei processi molto più lenti, era tutto diverso, è il mondo che è cambiato, di conseguenza è cambiato il modo di dire le cose. Doveva cambiare il mio linguaggio e anche la mia musica.

©Toni Thorimbert

Come nasce questa urgenza di dover rimanere contemporaneo?
Io credo che fondamentalmente l’artista sia un disadattato, che non abbia molti modi di stare al mondo al di fuori della sua arte. L’arte è una fortuna che se hai dentro ti permette di raccontarti e di fare luce sui tuoi mostri, sui tuoi fantasmi, sui tuoi nodi. È importante cercare di sbrogliare quel casino esistenziale che in nessun altro modo riusciresti a sopire, e per farlo devi evolverti, devi comunicare con più persone possibile. Credo che l’essenza della musica pop sia proprio questo, arrivare a più persone possibile. Le cose che tu hai da dire come artista sono 5, 4, 2… solo una a volte. I tuoi nodi sono quelli, che tu sia un pittore, uno scrittore, un cantante, un autore, e ci giri introno per tutta la tua vita cercando di sbrogliare la matassa, e speri che la gente ti capisca, ti ascolti, entri in connessione con te, perché ti fa sentire meno solo, perché altrimenti sei da solo punto. Per questo motivo è essenziale riuscire a trovare un linguaggio che sia comune, fruibile da tutti.

Avevi già pronto il disco quando sei andato a Sanremo?
Assolutamente no, per niente. Per me quest’anno è stato come chiudere un ciclo a Sanremo. Ho partecipato al festival andando contro l’opinione di tutti, nessuno voleva che andassi, ho dovuto fare davvero una forzatura. Per me Il Festival di Sanremo, e mi rendo conto di essere controcorrente, serve a esprimere sé stessi e non esistono brani “apposta per Sanremo”. ”Aspetto che torni” era un brano perfetto secondo me, per quella che era la mia intenzione perché chiudeva un discorso, risolveva un nodo della mia poetica. La classifica finale non mi è mai interessata, nemmeno quando ho vinto, il mio rapporto col festival è molto personale. Per me vedere tutti questi giovani a Sanremo quest’anno è stato fantastico, quando sono andato io a 20 anni sono arrivato ultimo (ride ndr). Il fatto che abbia vinto uno come Mahmood, che Ultimo sia arrivato secondo, per me è rivoluzionario. Significa che anche il Festival sta cambiando.

©Toni Thorimbert

Qual è la canzone di “L’altra metà” che più hai voglia di fare ascoltare al tuo pubblico?
La verità è che io mai come adesso ho il piacere e la voglia proprio di mettermi lì a casa, la sera, dopo che ho messo a letto i nani, ad ascoltarmi il disco in cuffia. Sono davvero felice, radioso, contento, mi piace riascoltarlo, non cambierei nulla. È la prima volta che mi succede, ma perché conosco bene la fatica di questo percorso, è stato davvero difficile, e ritrovarmi adesso sul disco con questa naturalezza è per me fonte di grande soddisfazione, c’è poi la voglia di condividere il tutto. È il progetto, l’opera in sé che mi interessa, e mi preme far ascoltare il disco, farmi comprendere meglio, da più persone possibile.

Ci puoi parlare dei tuoi prossimi live connessi all’uscita del disco?
Ci saranno due anteprime, una il 27 maggio all’Arena di Verona e una il 13 giugno a Taormina. Mi piace che abbiamo un po’ legato il paese in questo modo. Il tour vero e proprio partirà poi in ottobre. Ora come ora sto lavorando alla scaletta, vorrei presentare tutto questo album per intero, mescolandolo con tutta la produzione di questi anni ovviamente. Sto cercando con la mia band di far sì che il suono sia il più possibile simile a quello di questo disco. Quando vado a un concerto io voglio sentire le canzoni come me le sono sentite nel disco, non mi sono mai piaciute le rivisitazioni live. Credo che tu ti affezioni a una canzone perché sei in quel mood lì, e quando vai a un concerto vuoi rivivere quell’emozione, quella sensazione, se cambi il mood si perde molto della magia della canzone.

Federico Guarducci

©Toni Thorimbert
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