Ieri pomeriggio siamo andati in Sony Music a Milano per conoscere Fabrizio Moro.
Venerdì uscirà il suo nuovo album “Figli di nessuno“, si tratta del suo decimo disco in carriera.
Dopo un’estate di meritato relax, a ottobre partirà il suo primo tour nei palazzetti italiani.

Fabrizio Moro è un uomo che sa per lo meno tre cose importanti: sa da dove viene, sa chi è, e sa che cosa lo rende felice.

Ecco come è andato il nostro incontro con il cantautore romano:

Ciao Fabrizio, partiamo da quel suono della strada che si percepisce all’inizio della prima traccia del disco che è anche la title track “Figli di nessuno”. In generale, nei tuoi testi e anche nelle tue intenzioni, si evince una vicinanza alla vita nelle periferie urbane, alle borgate romane, mi viene in mente anche il programma “Sbarre” a ReBibbia; il tuo obiettivo è più narrativo nei confronti di questa realtà oppure c’è una vera missione riabilitativa da parte tua?
Ciao, ma guarda, io mi sento assolutamente così. I ragazzi del mio quartiere continuiamo a lottare. I figli di nessuno (titolo del nuovo album di Fabrizio Moro, ndr) sono quelli che nonostante le difficoltà del percorso hanno saputo lottare. L’amore ha il potere di salvarci da ogni cosa. L’amore mi ha salvato. Da sempre soffro di ipocondria, sono stato in cura, in analisi, l’amore per i miei figli mi ha salvato in questo senso, mi ha reso più forte. La dimensione della borgata poi mi ha regalato tante canzoni. Se non fossi nato in quel contesto, se non avessi avuto una adolescenza come quella che ho avuto tante cose non le avrei scritte, perché non avrei potuto capirle. Questo è un grande punto a favore del quartiere che mi ha regalato la forza di non abbattermi mai, e questo rimane dentro di me, nella mia indole, nel mio carattere. Certamente è stato anche un impedimento perché la rabbia del marciapiede te la porti dietro per tutta la vita, fino alla morte proprio. La borgata te la porti dietro sempre, anche se diventi miliardario, anche se inizi a frequentare ambienti diversi, resti comunque così, ti vesti in quel modo, parli in quel modo, ti atteggi in quel modo, pensi soprattutto in quel modo. Questa cosa è stata spesso un impedimento per me, perché mi sono trovato a volte a cantare in alcuni contesti dove dicevo cose o cantavo in un modo che la gente non riusciva a capire. Mi sentivo sul marciapiede e urlavo, urlavo troppo. Urlare troppo non va bene se sei un comunicatore di musica, perché ti capiscono sono quelli incazzati, invece tu devi farti capire da tutti. Nel tempo, e ce ne è voluto molto perché vengo da li, ho trovato altri modi per esprimermi e per farmi capire da più persone. Quindi direi entrambe le cose, il mio modo di vedere e di parlare del quartiere e delle sue dinamiche è sia narrativo che riabilitativo, come dici tu.

Un testo come quello di “Ho bisogno di credere” rimanda a mio avviso anche a una presa di coscienza della propria persona e della propria interiorità. In una società competitiva e social come quella odierna in cui esplodono fenomeni come il ghosting, pensiamo ai vari casi eclatanti in Giappone negli ultimi anni, quanto è importante credere in sé stessi per degli adolescenti? In che modo i ragazzi potrebbero essere aiutati a credere in loro stessi?
Allora, io sono molto credente. Credo in Dio, prego spesso. Questo mi ha dato una forza interiore non indifferente. Sicuramente è molto importante credere in sé stessi, ma è ancora più importante credere nella collettività. Il concetto di collettività non c’è più. Ognuno è chiuso dentro sé stesso davanti a uno schermo, davanti a un cellulare. È per questo che non si fa la rivoluzione proletaria, questa è una cosa che dico spesso ai ragazzi. Io parlo dell’oratorio all’interno dei miei album, ma non parlo dell’oratorio perché ci andavo a pregare, perché a diciassette anni non me ne fregava un cazzo di pregare, io andavo all’oratorio perché cercavo un tetto di protezione sopra la mia testa. Era un tetto di protezione perché dentro, lì dentro, c’erano i miei amici, i miei compagni, quelli con cui suonavo, con cui fumavo, con cui mi ubriacavo, coi quali raccontavo cazzate e confidavo i miei amori… Era una vera collettività. Nel nostro quartiere, a nostro modo, quando c’era qualcosa che non andava facevamo una rivoluzione. Questa cosa si è persa nel tempo. Quindi è molto importante credere in te stesso, perché credere in te stesso fa la differenza tra chi ce la fa e chi non ce la fa, ma è ancora più importante credere che la persona di fianco a te può fare la differenza, insieme a te. Io credo che la vita sia un dono meraviglioso, la vita è sempre bella, anche se non fai il cantante, l’importante è credere in sé stessi. Io sono sempre stato felice, anche quando facevo il facchino in albergo, anche quando mi alzavo la mattina alle 5 per pulire i cessi, l’ho fatto per tanti anni, e non è una pantomima come per molti miei colleghi, io l’ho fatto davvero. Ma ero felice perché nella testa avevo il mio obiettivo, sapevo quello che dovevo fare, quello che mi rendeva felice e per cui ero nato, al di là del successo, al di là se poi sarei riuscito oppure no. Nella testa avevo il mio sogno ed ero felice.

Il tuo brano preferito del nuovo album? Quello a cui sei più legato?
“Filo d’erba” è il brano più ispirato perché parlo di mio figlio, che ha quasi 10 anni ed è un bambino che mi somiglia molto, non solo esteticamente, ma anche e soprattutto sotto il punto di vista caratteriale. Io ero un bambino molto chiuso, introverso, pauroso. Vedere nei suoi occhi il mio fallimento con sua mamma, il riflesso degli errori che ho fatto… Vedere lui, mio figlio, come un Fabrizio piccolo che soffre per il Fabrizio grande è stata la grande ispirazione per il brano.

Che reazione ha avuto tuo figlio quando ha ascoltato la canzone?
Non l’ha ascoltata. Sarà una cosa molto difficile che affronteremo insieme. (sorride, ndr)

Come funziona il tuo processo di scrittura dei brani? Pensi a un destinatario particolare quando scrivi?
Quando scrivo entro in confidenza con me stesso. A volte vado a rileggere quello che ho scritto e dico “Cazzo pensavo anche questa cosa qui? Sono anche questo?” È un auto-analisi alla fine. Quando scrivo quindi non penso, non posso perdermi quel momento lì, che è un momento di transizione in cui non penso a nulla, è l’unico modo che ho per mettermi davvero a nudo.

A proposito di mettersi a nudo, quanto è importante per te la dimensione live?
Tutti i pezzi sono scritti e prodotti per il live. Quella è la mia dimensione. Tutto quello che faccio, le interviste, gli album, la tv… E’ tutto per poter suonare dal vivo. Quella è la parte che non mi annoia, e non mi annoierà mai, che mi fa sentire sempre giovane. Io vivo per quello, per andare sul palco. È un momento in cui mi sento protetto, dalle luci, dagli strumenti, dalle canzoni. I live che faremo adesso, abbiamo già preparato la scaletta, saranno ricchi e intensi, suoneremo infatti per quasi tre ore ogni sera. Il palco è la mia vita.

Nel tempo libero a cosa ti dedichi?
Sto in casa coi miei figli e guardo tantissimi film. Il cinema è la mia grande passione insieme alla musica. Non mi piace uscire, fare vita mondana, resto a casa tutto il giorno e mi sparo tantissimi film di fila.

E per quanto riguarda la musica? Cosa ascolti?
Solo metal e punk. La musica pesante è l’unica che ascolto. Mi piacciono gli Slayer, i Sepultura, i Metallica…

Negli ultimi anni sei stato un autore oltre che cantautore, come ti senti a prestare le tue parole ad altre persone, ad altri interpreti? A prestare la tua visione?
Le canzoni che ho regalato ad altri miei colleghi le avevo scritte per me. Sono canzoni che erano andate a finire in un cassetto, non perché fossero scarti, ma perché non rispecchiavano più il pensiero dell’album, della produzione che stavo facendo, erano un po’ fuori tema diciamo perché magari le avevo scritte due anni prima e il mio pensiero era cambiato. Quindi, si affacciava Noemi, si affacciava Gaetano Curreri, si affacciava Emma… Ho regalato delle canzoni. L’unica volta che ho scritto appositamente per un mio collega è stato quando ho scritto per Fiorella Mannoia. Scrivere per lei però è stato come un sogno che si è realizzato, in quanto è da sempre la mia interprete preferita. Non so quindi se sono davvero capace di farla questa cosa qui… Perché le canzoni che ho dato ad altri come ti ho detto erano storie mie, l’unica che ho fatto appositamente è per Fiorella, di cui comunque sono fan. Dovesse arrivare oggi, che so, Giorgia, a chiedermi di scrivere una canzone per lei… Io non so se sarei capace di scriverla una canzone apposta per Giorgia.

Un’altra domanda… Al contrario invece? Canteresti una canzone scritta per te da qualcun altro?
Solo se fosse un brano che mi rappresenta.

Chi ti piace dei cantautori contemporanei italiani?
Penso che Ultimo sia tra gli autori giovani migliori, poi mi piace molto Achille Lauro, Lauro è un ragazzo che ha istinto, è punk. Dei veterani Luca Carboni, lo amo tantissimo, mi ispiro molto a lui. Rimane poi un enorme rispetto per il primo Vasco, che non posso non menzionare.

Federico Guarducci

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