Nei giorni scorsi ci siamo fatti raccontare da Mostro – in un’intervista esclusiva – cosa rappresenta per lui il suo nuovo disco, intitolato “The Illest Vol. 2”, disponibile da ieri. Ma non è tutto. Mostro, infatti, ci ha svelato qualcosa di sè, ha descritto il ragazzo di ieri e di oggi, con le sue esigenze e il suo vissuto. Un’intervista intensa e precisa, racchiusa in poche, semplici domande, che però danno la possibilità di conoscere meglio la musica rap di questo artista classe 1992.

Come mai hai scelto il nome Mostro?
Molto semplicemente è stato un soprannome che mi hanno dato quando ero “pischello”, avevamo 12-13 anni, facevamo breakdance, ero piccoletto ed ero abbastanza bravo. Il nome mostro è nato così, poi hanno cominciato a chiamarmi in questo modo sempre più persone e come tutti i soprannomi quello che ti danno te lo devi tenere in un certo senso. Con il tempo ho capito che con questo nome avrei potuto giocarci un sacco, “un mostro di bravura“, “un mostro di cattiveria, di bruttezza“… Insomma ha vari aspetti questa parola.

I tuoi testi e le tue melodie hanno immagini molto forti, sia a livello sonoro che come parole, a tratti quasi da film horror. Rispecchiano il tuo nome… Come puoi descrivere la tua musica?
In realtà si può pensare che io faccia questa musica in modo tale da farla rispecchiare al mio nome, come se lo facessi apposta, ma non è assolutamente così. Io anche se mi chiamassi, che ne so, Gabriele o avessi qualsiasi altro nome continuerei a fare questo genere: la mia musica non rispecchia il mio nome, quanto la mia personalità. Mi piace molto nascondere un buon contenuto in una forma estrema. Cerco sempre di presentare delle cose sconvolgenti al primo impatto, forti, ma all’interno di queste canzoni, se si riuscisse a decriptare bene quel linguaggio, si scoprirebbero tantissime cose positive inserite all’interno del pezzo.

Mostro ha bisogno di raccontare, raccontarsi, sente l’esigenza di esprimersi o c’è dell’altro? Cosa ti spinge a fare rap?
C’è tutto. E’ la cosa più figa che mi sia mai successa nella vita. Lo faccio perchè è un’esigenza, lo faccio perchè mi piace, perchè mi diverte, perchè mi fa stare bene… Per tutti i motivi del mondo, veramente, non ce n’è uno per me per cui non dovrei farlo!

Come nascono i tuoi pezzi? Scrivi prima i testi o prima la musica?
Mi serve sicuramente sotto la musica, perchè dà il tempo. Se hai un senso del tempo molto forte in testa ok, altrimenti è difficile scrivere qualcosa “nell’aria”. Molto spesso faccio le due cose insieme. Quando sono in studio, mentre si lavora alla base, mi comincia a nascere un’idea e da lì si va avanti… Mentre il produttore produce io sono lì che scrivo!

Cosa puoi dirci della collaborazione con Madman, presente in un brano del tuo album?
Questa collaborazione era nell’aria da parecchio tempo, dal disco precedente. E’ rimasta sempre un po’ una canzone fantasma. In questo periodo abbiamo riallacciato i rapporti, lui mi ha invitato a suonare ai suoi concerti, abbiamo fatto un altro brano che sta nel suo disco e quindi era il momento di ritirare fuori questa carta e ne abbiamo approfittato con il mio album, “The Illest Vol. 2”.

Hai già collaborato anche con Ultimo: siete molto diversi anche se siete entrambi della Honiro. Com’è il tuo rapporto con lui e con il suo tipo di musica? Ci potranno essere in futuro altri lavori insieme?
Noi facciamo musica molto diversa ma siamo persone molto simili. Parliamo molto bene quando dobbiamo parlare, quando ci dobbiamo confrontare, se mi serve un aiuto, una mano so che con lui posso parlare perchè può capirmi, per quanto veramente appartenga a tutto un altro emisfero artistico. Alla fine se la passione è la stessa troverai sempre dei punti in comune anche con persone che fanno addirittura un altro lavoro, non solo un altro genere musicale. In futuro ci potranno essere delle cose nuove, siamo amici e colleghi, quindi sicuramente ci sarà la possibilità!

C’è un artista italiano o internazionale con cui vorresti lavorare?
Ovviamente sì… Però senza stare a spararti nomi impossibili ti direi che in Italia c’è Salmo, che mi piacerebbe molto conoscere e mi piacerebbe molto poter collaborare con lui.

Qual è la canzone che hai scritto che ti fa emozionare di più e a cui sei più legato?
Penso “Non voglio morire”. Era una cosa che dovevo tirare fuori da dentro. Ho subìto un lutto di una persona cara qualche anno fa e di conseguenza avevo questa sensazione. Quando la morte ti tocca così da vicino ti rimane un po’ questa sensazione addosso, questa paura, perchè vuoi o non vuoi l’hai vista coi tuoi occhi. Era da anni che sentivo questa cosa e ho deciso di scriverci una canzone: adesso sto meglio, mi sono reso conto che era una cosa che succedeva a tante persone e credo sia questo ciò che deve fare la musica, farti rendere conto che non sei solo.

L’ultima canzone del disco, “Le tre di notte”, sembra discostarsi dalle altre, sia nell’aspetto sonoro sia nel testo. Come mai questa scelta? La chiusura di un capitolo e l’inizio di qualcosa di nuovo?
Va sicuramente a chiudere un cerchio. E’ un brano che ho scritto proprio a quell’ora, alle 3 di notte, aveva quell’atmosfera buia e mi piaceva l’idea di elencare tutti gli errori fatti, per poi rendermi conto che è anche grazie a quegli sbagli se sono diventato quello che sono. E’ un po’ una presa di coscienza degli errori, il capire, accettarli e andare avanti. Era bene che fosse alla fine del disco perchè apre e chiude allo stesso tempo.

Carlotta d’Agostino

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