Venerdì pomeriggio ho scambiato quattro parole con il cantautore Antonio Maggio, fresco dell’uscita del suo nuovo singolo “Il maleducato”, che poi più che maleducato è “il trascurato”, il paradigma dell’escluso dal futuro che si comporta da maleducato per esigenza di sopravvivere e per crearsi una possibilità prossima fruibile. Antonio è una persona molto calma e paziente, che pensa a quello che dice e che trasmette lucidamente il proprio pensiero utilizzando parole attente e precise.

Ma ecco che cosa ci siamo detti:

Ciao Antonio, come nasce il tuo approccio alla musica e al canto?
È una passione che è cresciuta insieme alla mia persona, fin da piccolissimo. È una delle grandi passioni della mia vita e mi ritengo fortunato di aver avuto la possibilità di coltivarla fino ad arrivare a vivere la mia quotidianità con la musica, a renderla il mio lavoro. La leggenda familiare racconta che io già da piccolissimo, a 5 o 6 anni, salivo in piedi su una sedia e mi esibivo davanti a tutti.

Quanto è importante nella scena musicale odierna essere tecnicamente ineccepibili nel canto? Se è importante secondo te.
No, dal mio punto di vista non serve a nulla. La musica italiana ha bisogno di contenuto, l’estetica del bel canto rimane accessoria. Noi che scriviamo canzoni abbiamo una bella responsabilità, dobbiamo scrivere messaggi e non possiamo sprecare questa opportunità.

Quindi dal tuo punto di vista è importante scrivere liriche che contengano dei contenuti sociali? Il tuo ultimo singolo “Il maleducato” ne è indubbiamente un esempio in tal senso.
Lo scopo dovrebbe essere questo. Sì, “Il maleducato” ha certamente uno sfondo sociale importante, poi l’ho vestita di un abito che strizza l’occhio all’ironico, in modo da rendere più fruibile il messaggio.“Il maleducato” vuole essere una provocazione, racconta di questa festa che è un po’ la metafora del futuro a cui la mia generazione non è stata invitata dalle generazioni che l’hanno preceduta, quindi la canzone vuole essere uno stimolo ad imbucarci a questa festa, a farci da soli il nostro futuro, visto che nessuno ci ha lasciato in eredità niente.

La musica italiana si sta davvero rivoluzionando oppure è un eterno ritorno al passato? Tu come ti inserisci in questo, se esiste, cambiamento radicale, se lo è, della fruizione e dell’offerta stessa nello scenario musicale contemporaneo?
Abbiamo sempre vissuto di mode, ed è stato in passato un po’ il nostro limite, se vogliamo. Secondo me dovremmo ricordarci un po’ più spesso dei frangenti in cui la musica italiana ha conosciuto il suo splendore, il suo massimo splendore che va al di là di quello che all’estero può essere riconosciuto come “bel canto”. Noi italiani, da dentro il nostro bel paese, sappiamo che la musica italiana ha raggiunto il suo massimo valore con i grandi cantautori, da Dalla a Battisti, a Rino Gaetano, De Gregori, De Andrè… Non dovremmo secondo me dimenticarci che a scrivere probabilmente siamo tra i più bravi al mondo. Quindi è importante tornare ad avvicinarci a quella concezione della musica, a quel livello credo sia impossibile al giorno d’oggi, però quantomeno dovremmo cercare di avvicinarsi a quella concezione di musica, quello è davvero importante e ritengo che ce ne sia proprio bisogno.

Hai vinto “Sanremo giovani”, hai vinto “X Factor” con gli Aram Quartet… quale è stato ad ora il momento più emozionante e soddisfacente della tua carriera?
Diciamo che ho vinto Sanremo, X Factor lo hanno vinto gli Aram Quartet.

Beh però ne facevi parte…
Sì, sto scherzando (ride ndr). Comunque diciamo che cantare sul palco dell’Ariston è stato davvero incredibile per me, inoltre è stata una ribalta che mi ha letteralmente lanciato come cantautore. La mia carriera da lì ha avuto una svolta importante, per il semplice fatto che da lì in poi hanno preso il via una lunga serie di esperienze che mi hanno fatto crescere come persona e come artista. Sanremo serve a questo, serve a mettere in mostra un proprio progetto, soprattutto per un giovane resta oggi la vetrina più luminosa che abbiamo in Italia. Poi ovviamente non ci devono passare tutti obbligatoriamente (dal festival di Sanremo ndr), ci sono molti miei colleghi che non ci sono passati e sono ugualmente dei grandi nomi nel panorama musicale.

Beh certo, ognuno poi si costruisce la propria strada autonomamente… Prima mi citavi alcuni grandi cantautori del passato, hai un artista di riferimento in particolare?
Sicuramente diciamo che se io avessi appeso dei poster in camera, cosa che non ho mai fatto, sicuramente avrei appeso i poster di Lucio Dalla e Rino Gaetano.

Mentre invece di contemporanei? Hai collaborato con molti artisti, come ad esempio Pier Davide Carone, con chi ti piacerebbe duettare? Oppure collaborare in generale.
Mi piacerebbe collaborare con degli artisti con cui sono oltre che amico e collega anche un fan. Per questo ti direi Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Samuele Bersani.

Un rito scaramantico prima di andare in scena?
Ma sai il limite di ogni essere umano è quello di affidarsi a qualcuno che sta sopra di lui nei momenti di difficoltà o del bisogno. Io prima di salire sul palco mi faccio tre segni della croce, più che un rito scaramantico è affidarmi a qualcuno che non vedo.

Ultima domanda, c’è un album in lavorazione dietro all’uscita del tuo ultimissimo singolo? Che cosa anticipa “Il maleducato”?
In questo periodo, nell’ultimo anno, ho scritto tantissimo, davvero tanto. Sono molto soddisfatto di quello che sta venendo fuori, dopo l’estate sicuramente ci sarà modo di ascoltare dell’altro. Mi sto muovendo nella direzione di fare uscire prossimamente una raccolta o un album.

 

Federico Guarducci

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