Simone Cristicchi non è solo un bravissimo cantautore, è un vero poeta dei giorni nostri. Ci ha fatto conoscere la sua musica attraverso canzoni molto diverse fra loro, dalla romantica “Ti regalerò una rosa” – con cui ha vinto il Festival di Sanremo 2007 – ma anche la divertente, realistica e pungente “Meno male” del 2010 o “Vorrei cantare come Biagio” (Biagio Antonacci ndr.).
La carriera di Cristicchi è stata costellata da numerosi riconoscimenti, momenti importanti ed esperienze significative, che l’hanno portato ad essere un artista molto apprezzato da pubblico e critica.
L’aspetto, però, su cui vogliamo concentrare la nostra attenzione e sui cui abbiamo incentrato la nostra intervista è il lavoro che sta facendo negli ultimi tempi, che comprende una raccolta discografica e la realizzazione di un documentario. La raccolta si intitola “Abbi cura di me“, come uno degli inediti contenuti al suo interno, brano presentato in gara al Festival di Sanremo 2019: con questo pezzo Simone Cristicchi si è aggiudicato il Premio Sergio Endrigo alla Miglior interpretazione ed il Premio Giancarlo Bigazzi per la Miglior composizione musicale. La canzone è un concentrato di emozioni, di pensieri, una sinfonia orchestrale che fa da sottofondo ad un testo autentico e magnetico, che cattura l’attenzione e la tiene viva, fino alla fine. Il viaggio continua attraverso il documentario su cui sta lavorando l’artista, che si intitola “Happy next – alla ricerca della felicità” ed è basato su alcune domande chiave dell’esistenza umana, sul senso della vita, sulla felicità.

“Abbi cura di me”: un titolo che racchiude in sè tutto, una poesia in musica intensa e avvolgente, personale e universale al tempo stesso. Come è nato questo pezzo e cosa vuoi trasmettere?
Nasce da un percorso interiore molto personale, sulle grandi domande della nostra esistenza. Domande che fino a qualche anno fa non mi facevo. Da lì sono nati questi brevi aforismi sulla bellezza, sul senso della vita, sul dolore, sulla felicità e soprattutto sulla fragilità degli esseri umani. Noi abbiamo bisogno di sentirci uniti a qualcos’altro, sin da quando usciamo dal ventre materno e cerchiamo subito di riunificarci con qualcosa. Possa essere un rapporto d’amore, o con i nostri genitori o con Dio, proprio per completarci. Credo che sia un fattore comune ad ogni essere umano ed è in questo senso che la canzone diventa universale, appartiene a tutti. L’ho scritta io insieme a Nicola Brunialti e Gabriele Ortenzi, ma è stato un voler condividere con il pubblico questo mio stato d’animo e questa mia riflessione.

Che immagini ti vengono in mente se ti chiedessi di dipingere o raffigurare “Abbi cura di me”?
Due mani che si stringono, che si tengono l’una con l’altra, proprio per questo senso di condivisione. La vita può essere un’avventura straordinaria se vissuta circondandosi di persone positive, che ti vogliono bene. Ultimamente sto facendo una ricerca sulla felicità e c’è uno studio realizzato ad Harvard su 700 persone, seguite per lunghi anni: si è capito che ciò che rende maggiormente felice una persona sono le buone relazioni. Se abbiamo persone accanto che ci fanno sentire accolti e persone con cui poter condividere la strada, il traguardo della felicità è più raggiungibile.

Ci hai abituati a canzoni molto diverse fra loro, ma sempre descrittive e profonde: in che modo parleresti della tua musica?
La definirei una “macedonia del pop”, perché nei miei dischi (in quest’ultimo si vede ancora di più perché è una raccolta) mi sono divertito a dare un colore ed un arrangiamento diverso ad ogni singolo pezzo. Non ho mai ricalcato uno stile coerente. Questa incoerenza in qualche modo ha un po’ confuso il pubblico – che senz’altro si sarà domandato più volte “Ma che genere fa Simone Cristicchi?” – ma dall’altra parte mi ha permesso di giocare, di divertirmi, di sperimentare con la musica. I miei album sono appunto una sorta di macedonia colorata, in cui ogni singolo brano ha un colore e un sapore diverso.

Poco fa parlavi di una tua ricerca, da cui è nato un documentario: si parla di felicità, della sua ricerca, di cosa è veramente e cosa si dovrebbe fare per raggiungerla: tu come rispondi a queste domande?
Innanzi tutto bisogna capire che cos’è che non ci rende felici. Già sarebbe una sorta di diagnosi prima della terapia. Capire cosa ci impedisce di volare. Poi credo che, se ci fosse un nuovo diluvio universale, la nostra arca su cui salvarci dovrebbe contenere un po’ di silenzio. Il silenzio è fondamentale in questo momento in cui la confusione ci rende schiavi, i nostri pensieri sono sempre in continuo movimento, non riusciamo mai a concentrarci veramente. C’è chi trova il silenzio nella preghiera, chi nella meditazione, ma anche nel semplice raccoglimento – come si faceva da bambini, il famoso esame di coscienza prima di andare a dormire! – stare cioè un pochino di più con se stessi, perché nel silenzio possiamo interrogare la nostra anima, che è quella parte più fragile e delicata di noi, che ha bisogno di essere nutrita. In questo senso stare in silenzio, passeggiare, magari immersi nella natura, può aiutarci per lo meno a portare calma in questo flusso continuo da cui siamo avvolti e focalizzarci sulla nostra idea di felicità.

Com’è nata la scelta di intervistare le persone più diverse, dai bambini agli artisti, ma anche filosofi, professionisti, religiosi, gente comune…
Guarda l’idea è nata perché ritengo che ognuno di noi sia unico, che di fronte a queste grandi domande emerga proprio l’unicità di ciascuno, ed è quello che più mi interessa. Il miracolo vero davanti ai nostri occhi ogni giorno è questo. Noi siamo unici, non esiste qualcuno uguale a noi sulla faccia della terra. Ogni persona che ho intervistato – dalla suora allo scienziato, al poeta, al musicista – ha dato una sua visione della felicità ed era proprio su cui mi interrogavo. Non ero alla ricerca di una formula precisa, cercavo degli spunti anche abbastanza spiazzanti a volte, che potessero generare una riflessione in me e in chi avrebbe guardato il documentario.

C’è stata una risposta, fra tutte quelle che ti hanno dato, che ti è rimasta particolarmente impressa e porti nel cuore?
Quella del mio amico monaco Guidalberto Bormolini, che ha detto: “Sacrificate tutto all’amore!” e aggiunge “Oggi noi non vogliamo più una vita di sacrifici, perché abbiamo smarrito il senso del sacro. In realtà sacrificio vuol dire rendere sacro qualcosa” e questo ricorre in tutte le religioni, nello zen, per esempio, ma anche nella religione cattolica, nel Cristianesimo. Il “sacrum facere”, cioè che qualsiasi cosa si faccia venga dedicata a Dio. In senso laico potrebbe voler dire “Qualunque cosa fai caricarla di te stesso, caricala di un significato più profondo”. Oggi stiamo diventando sempre più automi, reagiamo automaticamente, stiamo diventando freddi come robot. Ci emozioniamo ma dura poco questo picco di felicità, di gioia e in questo senso, se noi dessimo più importanza a quello che si fa, ci sentiremmo parte di un disegno di felicità che coinvolge poi anche le altre persone, perché se sono felice io rendo felice te, è contagioso!

Se dovessi scegliere fra tutti i tuoi brani quello che ti rappresenta di più, come uomo e come artista, quale diresti e perchè?
Dipende dai momenti della vita. In questo momento “Abbi cura di me” è quello che mi rappresenta al 100%, non avrei potuto scrivere qualcosa di diverso. Nel mio album, infatti, di inediti ci sono solamente questo pezzo ed un altro intitolato “Lo chiederemo agli alberi”. Per quanto riguarda tutta la mia carriera probabilmente direi “Ti regalerò una rosa”, perché è il brano che mi ha cambiato la vita!

Carlotta d’Agostino

Testo “Abbi cura di me” – Simone Cristicchi

Adesso chiudi dolcemente gli occhi
E stammi ad ascoltare
Sono solo quattro accordi ed un pugno di parole
Più che perle di saggezza sono sassi di miniera
Che ho scavato a fondo a mani nude in una vita intera
Non cercare un senso a tutto
Perché tutto ha senso
Anche in un chicco di grano si nasconde l’universo
Perché la natura è un libro di parole misteriose
Dove niente è più grande delle piccole cose
È il fiore tra l’asfalto
Lo spettacolo del firmamento
È l’orchestra delle foglie che vibrano al vento
È la legna che brucia che scalda e torna cenere
La vita è l’unico miracolo a cui non puoi non credere
Perché tutto è un miracolo tutto quello che vedi
E non esiste un altro giorno che sia uguale a ieri
Tu allora vivilo adesso
Come se fosse l’ultimo
E dai valore ad ogni singolo attimo

Ti immagini se cominciassimo a volare
Tra le montagne e il mare
Dimmi dove vorresti andare
Abbracciami se avrò paura di cadere
Che siamo in equilibrio
Sulla parola insieme
Abbi cura di me
Abbi cura di me

Ti immagini se cominciassimo a volare
Tra le montagne e il mare
Dimmi dove vorresti andare
Abbracciami se avrai paura di cadere
Che nonostante tutto
Noi siamo ancora insieme
Abbi cura di me
Qualunque strada sceglierai, amore
Abbi cura di me
Abbi cura di me

Che tutto è così fragile
Adesso apri lentamente gli occhi e stammi vicino
Perché mi trema la voce come se fossi un bambino
Ma fino all’ultimo giorno in cui potrò respirare
Tu stringimi forte
E non lasciarmi andare
Abbi cura di me

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