Martedì siamo stati ospiti presso la GP Location di via Vivaio a Milano per conoscere e scambiare quattro chiacchiere con i FASK (Fast Animals and Slow Kids), in vista della loro uscita discografica di oggi: “Animali Notturni”.
In questo mese di maggio assai poco “caliente” abbiamo invece goduto di un pomeriggio di grazia primaverile, che ha reso ancora più piacevoli i momenti passati insieme ai quattro rockers perugini su di una floreale e lussureggiante terrazza nascosta tra i tetti del centro storico di Milano.
Occhialata Rayban per tutti, me compreso, e iniziamo a discutere di questo nuovo album “Animali Notturni”, che per molti versi è una svolta nella carriera dei FASK, pur restando assolutamente coerente con quanto visto e sentito finora dalla band.

Bando alle ciance, ma chi sono questi animali notturni?
Gli animali notturni sono le creature che si incontrano ascoltando questo disco, che è pensato come un viaggio su una highway americana, un’autostrada di notte, buia e dispersa che ci collega quasi da un punto all’altro nel nulla. Ma come sempre è il viaggio l’oggetto di analisi, è il viaggio che ci regala la sostanza.

Cosa c’è di diverso rispetto ai primi 4 dischi dei FASK?
Certamente l’album è una manifesta espressione del bisogno di poter arrivare a più persone possibili, la band con questo disco è passata nelle mani di una major, la Warner, il nuovo produttore è Matteo Cantaluppi, sound engineer e producer dei The Giornalisti; perfino i testi gridano il bisogno di uscire dalla nicchia, di raggiungere tutti e ovunque.

Sicuramente Cantaluppi ha smussato gli angoli ruvidi della band, ha levigato il suono e cristallizzato alcuni effetti, ma l’anima rimane assolutamente rock, rude, diretta.
I FASK ci tengono a precisare che tutto quello che si sente nel disco, tutto quello che riguarda la band, la scelta di passare in Warner, la produzione di Cantaluppi, è stato tutto un progetto pensato in maniera consapevole dai quattro musicisti di Perugia, come palese espressione del bisogno di evolversi ed “espandersi” contagiando la scena con più forza, con una cassa di risonanza decisamente più grande.
I testi sono testimoni di questo messaggio, di questo passaggio importante nella storia della band. In “Radio Radio” il gruppo urla questo bisogno sfidando quasi un ipotetico gestore d’emittente radiofonica a passare il loro brano, un brano tra l’altro davvero fortissimo che traina tutto il disco con una potenza questa volta davvero ben dosata e utilizzata sapientemente.
A proposito di questa traccia ho chiesto ai ragazzi se la citazione di Lucio Battisti presente all’interno della canzone rimanesse arginata all’interno del discorso “Cose da fare per essere apprezzati da chi ha il potere decisionale che ti permette di passare in radio”, che è un po’ il gioco di cornice all’intero brano, oppure se si trattasse di un tributo vero e proprio e sentito al grande artista. Mi ha risposto il cantante Aimone Romizi sostenendo che si trattasse di un vero tributo ad un artista che si è sempre disinteressato ai passaggi radiofonici e alla fama che gli veniva comunque accreditata.

Se pensiamo poi ad un altro brano come “Canzoni Tristi”, pur essendo il destinatario ideale del testo una persona particolare amata e stimata, traspare anche qui questo desiderio di comunicare la propria poetica, le proprie canzoni tristi al mondo intero, a un pubblico vasto che possa cantarle sotto la doccia o al mare, come si fa con i grandi tormentoni stagionali. Questa sete di diffusione artistica, che io percepisco tra le righe dei testi di questo disco, insieme ad altri elementi come la scelta del produttore e della casa discografica, mi ha sorpreso, ma poi subito convinto in quanto parlandone apertamente coi quattro diretti interessati, è emerso come si trattasse di un bisogno naturale e genuino, che tutto questo volesse semplicemente essere uno step ulteriore per migliorare come band, contagiare positivamente la scena e darsi una possibilità per il futuro.

“Ce l’abbiamo fatta, la musica è il nostro lavoro. Ora dobbiamo solo sperare di durare, è stato un po’ un salto nel vuoto […] a un certo punto ci siamo detti, se dobbiamo essere una band, dei musicisti nella vita, vogliamo essere i REM, vogliamo essere gli Smith, dobbiamo puntare in altissimo”.  

Aimone Romizi – Voce, Chitarra, Percussioni.

I Fast Animals and Slow Kids credono molto nell’opera nel suo insieme come disco, i brani sono stati posizionati secondo una logica e un disegno armonioso, non curanti della tendenza a mettere i brani più “forti” in testa così da avere ad esempio più stream su Spotify. La canzone più nuova, ultima composta e registrata è “Novecento”, un brano per loro stessa ammissione molto valido anche da un punto di vista commerciale, ma che è rimasto in fondo nella tracklist perché nell’economia organica del progetto “Animali Notturni” è li che doveva stare. La canzone più “vecchia” invece è proprio “Non potrei mai”, il primo singolo, che era stato scartato dal precedente lavoro “Forse non è la felicità” perché poco convincente. L’unico aspetto del brano che piaceva alla band era la strofa, così i FASK hanno rifatto il ritornello, il bridge, e il brano da cenerentola del precedente è diventato addirittura il primo singolo del nuovo progetto.
A proposito di questa traccia ci fa notare il chitarrista Alessandro Guercini come le chitarre utilizzate siano sia acustiche che elettriche: parte l’accordo in acustico e poi subitanea si aggiunge la chitarra elettrica. Questo crea un suono davvero molto particolare e poco inflazionato che cattura l’attenzione, stuzzica l’orecchio dell’ascoltatore sorprendendolo. Il richiamo, a detta di Guercini, è agli Stone Roses, band anni ’80 inglese che il chitarrista dei FASK apprezza moltissimo.

I Fast Animals and Slow Kids sono riusciti  riportare in Italia quel sano indie rock alla Gazebo Penguins, che ricorda un po’ I Cani e sa un po’ di Fine Before You Came, insomma, sonorità e gruppi che sono forse un po’ evaporati negli ultimi due/tre anni. L’indie italiano, ormai sicuramente poco indie-pendente, sta vivendo un momento magico nel nostro Paese, ma si tratta di un fenomeno musicalmente molto pop, il che è giusto e proporzionato alla realtà e alla cultura italiana che tradizionalmente affonda le radici nel cantautorato. Un indie rock alla Arctic Monkyes, per intenderci, suonerebbe davvero troppo britannico e forse, a malincuore purtroppo, è anche giusto prendere atto che in fin dei conti “non sa da fà”, non è nelle nostre corde, come si suol dire, quindi mettiamoci pure l’anima in pace. L’indie rock dei FASK ha sì come abbiamo visto delle influenze anglo-americane, ma rimane credibile e identitario con la illustre tradizione post hardcore punk italiana anni ’80 e ’90.

Che altro dire, “Animali Notturni” è un disco potente, verace, moderno, frizzante. I FASK hanno trovato un nuovo bilanciamento, un’eccellente quadratura del cerchio. Ora stanno già scrivendo nuova musica, perché come ci hanno detto sulla terrazza di via Vivaio:

“Se ti fermi e non componi più dopo che hai fatto uscire un disco nuovo sei finito”.

Il disco esce oggi, loro non si sono mai fermati.
Eccoli lì, solitari, percorrono quell’autostrada oscura seguendo i cartelli luminosi al neon che si susseguono in fila fino al prossimo step, sempre avanti, fin dove la strada si perde come trattini sospesi disegnati su un piano infinito.

Rock on!

Federico Guarducci

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