Dario Napoli, uno dei più importanti esponenti della chitarra manouche, dopo il grande successo riscosso nel Regno Unito (dal Pizza Express di Londra alla Royal Philharmonic di Liverpool), parte in tour con per il Nord Europa con il “Modern Manouche Project”, nel trio composto anche da Tommaso Papini alla chitarra e Tonino De Sensi al basso.
Le tappe previste per il trio, fra importanti jazz club e festival, sono 6: Kaffeehaus – St. Gallen, Svizzera (18 gennaio), Kulturpunkt – Flawil, Svizzera (19 gennaio), Café De Stam – Gerwen, Olanda (21 gennaio), Bix Jazzclub – Stoccarda, Germania (23 gennaio), Djangofollies Festival – Bruxelles, Belgio (24 gennaio), Bimhuis (Django Amsterdam Festival) – Amsterdam, Olanda (26 gennaio).

La maggior parte dei brani sono composizioni originali di Dario Napoli, mentre i restanti sono reinterpretazioni. Il trio si ispira principalmente al chitarrista Django Reinhardt, ma il gipsy-swing viene influenzato da stili musicali più moderni come il bebop, il funk e il modern jazz, creando un suono imprevedibile ed esuberante.

Dario Napoli, imbracciando la sua amata chitarra, si è esibito in tutto il mondo e vanta diverse collaborazioni, fra cui il memorabile Festival Django Reinhardt Samois sur Seine, palco B (il principale evento a livello internazionale), l’Eddie Lang Jazz Fest, dove ha suonato al fianco di Sebastian Giniaux, l’apertura del popolare “Django” nel festival di giugno a Northampton, Massachusetts dove ha condiviso il palco, fra gli altri, con Tcha Limberger, Adrien Moignard, Gonzalo Bergara Robin Nolan.

Incuriositi dal suo genere, per scoprire qualcosa in più su questa sua passione che lo ha condotto al successo, abbiamo deciso di intervistarlo. Ecco quello che ci ha raccontato.

La tua passione nasce dopo un concerto di Eric Clapton a cui sei stato trascinato da tuo fratello. Cosa hai fatto quando hai capito di non poterne fare a meno? Quali sono stati i tuoi primi passi?
Ho proceduto a passare una notte insonne dall’adrenalina, e dal giorno dopo a cercare di riprodurre sulla mia classica da 50 mila lire tutta la musica che riuscivo, copiando tutto a orecchio senza la più pallida idea di cosa fosse “giusto” o “sbagliato”. Tutto ciò per 3-4 anni, passando da Clapton e B.B. King, a Stevie Ray Vaughn, Hendrix, poi Vai e Satriani, Nuno Bettencourt, ecc. No YouTube, no tabs, no tutorial, solo ascolto e riproduzione (o tentata riproduzione in alcuni casi!). Quando poi ho sentito l’esigenza di avvicinarmi al jazz, ho cercato aiuto ma involontariamente ho trovato molto utile l’inizio un po’ rocambolesco e “self made”, dato che avevo sviluppato un discreto orecchio e capacità di memorizzazione.

Quando e come hai capito che quella passione per la musica si stava trasformando in una professione?
In realtà per me è stata una scelta. Dagli anni delle superiori sono stato coinvolto in attività musicali più o meno serie e la musica sarebbe potuta rimanere un hobby se non avessi preso in mano le redini della mia carriera e scelto di andare in una certa direzione specifica. Quando ho cominciato a ricevere inviti a certi festival ho capito che c’era una crescita in questo settore a livello internazionale. Poi è arrivato il cinema, Woody Allen (Accordi e Disaccordi). Insomma il gipsy jazz non è certo main stream e non è neppure del tutto accettato sempre nel mondo del jazz “tradizionale” (se ciò esiste), però negli ultimi 10 anni si è percepita una certa ascesa in popolarità.

Il jazz è a volte considerato un genere elitario. Cosa ne pensi?
Penso che sia un disastro per questa musica, sia per gli addetti ai lavori, sia per i suoi utenti. Se si pensa che Django e tutti i jazzisti originali hanno cominciato in sale da ballo viene la pelle d’oca. Da una parte la musica si è andata raffinando e complicando, dall’altra c’è stato un impoverimento dell’educazione musicale in generale, per cui la persona media non riesce a capire il linguaggio del jazz e a sentire la storia che c’è dietro un pezzo. Penso in ogni caso che sia responsabilità del musicista fare lo sforzo di avvicinare il non musicista e il pubblico in generale al jazz e a tutta la musica. Io stesso, da “jazzista” faccio molta fatica spesso a vedere concerti di musicisti assorbiti nella loro musica che non cercano di prendere per mano il pubblico, di raccontare la loro storia, di far capire cosa succede sul palco, anche di sdrammatizzare la “serietà” della musica, in poche parole di trasmettere le emozioni di questa musica. Certo, non si può raggiungere tutti, ma posso dire, per quanto riguarda il nostro “Modern Manouche Project” ragioniamo molto su questi aspetti, sul come creare uno spettacolo che non sia solo una successione di assoli, ma uno svolgimento coerente di brani, una logica, un susseguirsi di sorprese, di stati d’animo, una storia..

Quello che ami del “gypsy jazz” è l’assenza di filtri, l’onestà, il fatto che la reputazione sia da guadagnare ogni volta sul campo. Tu come ti prepari per affrontare le esibizioni?
Studio come un pazzo. Studio al limite dell’infortunio (anche il titolo di un libro che sto scrivendo). Non che l’aspetto tecnico debba mai diventare così predominante da offuscare gli altri elementi fondamentali della musica, ma lo strumento in particolare è ostico e trasformare le idee in suono richiede padronanza, una padronanza che si ottiene solo con l’attenzione al dettaglio, la ripetizione, la pazienza… no shortcuts..

Cosa è per te l’ispirazione? Ti è mai mancata? Come si può, secondo te, favorire l’ispirazione?
Con “l’allenamento”. Per allenamento intendo la ricerca continua dell’ispirazione. Io, in verità, non mi sono mai sentito mancare l’ispirazione. Per me ispirazione è sinonimo di fame e io ho sempre fame… Sono il tipo che appena raggiunge un obbiettivo ne prefissa un altro, ma non per competizione con qualcuno, per competizione con me stesso, sia sullo strumento, sia nella vita. Per cui, per me avere fame è la chiave dell’ispirazione.

Le prime tre parole che ti vengono in mente pensando alla tua musica sono….. Quale è il messaggio fra le note?
Libertà, emozione, vita… Il messaggio per me e’ la realizzazione dei propri sogni, lo slancio vitale che permette a un individuo di avere un’idea e tramutarla in realtà, sia nell’improvvisazione, che nella composizione, sia nella vita.

Il momento o l’esperienza che ritieni più significativa per la tua carriera musicale e perché.
La partecipazione al festival Django in June a Northampton nel 2013. Da lì è scattato qualcosa, ho cominciato a ricevere inviti a vari altri festival, a essere visto non solo come un bravo chitarrista in Italia. Da lì ho poi suonato in Colombia, Israele, Irlanda, Olanda, altri festival negli Stati Uniti, Russia, Brasile, ecc. Django in June mi ha un po’ messo “on the map”.

Il tuo più grande sogno?
Suonare sul palco principale del Samois Django Fest… Ho suonato due volte sul palco piccolo, ma manca ancora quello principale. Quello è un po’ come il Madison Square Garden per un giocatore di pallacanestro, Wimbledon per un tennista…

Dopo questo tour che progetti hai?
Con questo tour dovremmo riuscire a registrare il nostro quarto album. L’idea principale per me è veramente spingere per poter raggiungere il cuore del più alto numero di persone possibili e per quanto possibile, non rimanere relegato esclusivamente al pubblico del jazz manouche, ma anche al pubblico più esteso del jazz. Mi piacerebbe pensare che un giorno l’ambiente del jazz possa aprire le braccia al jazz manouche, l’unica forma di jazz di nascita europea, lo rispettasse per quello che è, una raffinata mistura di musica classica e jazz e tante altre influenze antiche e moderne, ne desse lo spazio che secondo noi si merita. A parte ciò, da 4 anni ogni anno a Giugno organizzo un camp di jazz manouche, il “Under the Tuscan Sun” gypsy jazz guitar camp, in Toscana, dove vengono persone da tutto il mondo per una full immersion di 4 giorni. Cerco sempre di migliorarlo e svilupparlo e ho come obbiettivo di aggiungere un corso anche invernale dello stesso.

Flaminia Grieco

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