Ci sono Billie Holiday, John Coltrane, ma anche Ella Fitzgerald e uno dei padri delle big band, Duke Ellington tra i dischi che, seppur non a menadito, vanno ascoltati più e più volte per conoscere almeno le basi della musica jazz. Sono una decina, insomma, quelli che non devono mancare nella libreria (fisica o virtuale) di un buon ascoltatore.
Eccoli qui, in ordine casuale.

10
Billie Holiday – “Lady in Satin: The Centennial Edition” (1958)
Ecco un disco del ’58 che vi farà scoprire il fascino d’una geniale e affascinante Billie Holiday che con poco riusciva a dare profondità e significato a ogni normalissimo motivo. Sfuggente e ambigua, con una voce graffiante: in lei si percepisce tutta la sofferenza del suo vissuto, una vita caratterizzata anche dalla frequentazione di uomini violenti, un’attrazione compulsiva. Se amate questo genere di racconto, “Lady in Satin”, un’antologia della sua figura, vi rapirà il cuore. Nell’edizione del Centennale potete trovare tutte le take di registrazione in studio.

9
Bill Evans – “Everybody Digs Bill Evans” (1959)
Devoto al jazz e spesso sottovalutato (ma Miles Davis lo volle con sé in diverse occasioni), “Everybody Digs Bill Evans” è una testimonianza di come Bille Evans fosse capacissimo, nonostante alcuni critici, di fare swing. In Night and Day troviamo anche uno straordinario interplay supportato dalla spinta decisa del bassista Sam Jones e del batterista Philly Joe Jones. Nota a margine: Peace Piece è un brano volutamente ispirato all’Op. 57 Berceuse di Chopin.

8
Chet Baker – “Chet Baker sings” (1956)
“Chet Baker sings” è un’opera di straordinaria purezza, con un’intonazione impeccabile e grande abilità nei virtuosismi. La freschezza che caratterizza questo disco, rende ancora più incomprensibile l’oscurità della vita di questo artista: controverso a dire poco; angelo, diavolo o forse entrambi. Per un’immersione totale, leggete la sua biografia quando riascoltate il disco:
“Come se avessi le ali” di Chet Baker, edito da Minimum Fax.

7
Charlie Parker & Dizzy Gillespie – “Diz ‘n’ Bird at Carnagie Hall” (1947)
“Diz and Brid” è la coppia definitiva del bop formata insieme all’amico Dizzy Gillespie. Il disco live al “Carnagie Hall” è la prova lampante di un’intesa straordinaria, dove ogni traccia rivela il genio perenne di due voci uniche nel jazz. Charlie Parker ha avuto un impatto notevole su tutti quei musicisti che, dall’inizio degli anni Quaranta, cambiarono il volto del jazz con lo stile noto come bebop. Il sassofonista ha soppiantato i semplici schemi ritmici e armonici con sequenze estese e complesse. Volete farvi due risate? Guardate che orientamento aveva la campana della tromba di Dizzy, dietro c’è una storia molto divertente.

6
John Coltrane – “A Love Supreme” (1965)
Va ascoltato punto e basta. È un disco fondamentale. Per dirla meglio, sarebbe come non nominare i Queen o i Pink Floyd a chi vuole immergersi nella storia mondiale del rock. Cos’altro dire? Questo disco è una suite divisa in quattro brani, quattro tappe di un lungo percorso spirituale che l’artista intraprende a mo’ di redenzione, con un lungo climax che sfocia nel finale in suoni più distesi: l’accettazione (“Acknowledgement”), la risoluzione (“Resolution”), il conseguimento (“Pursuance”) e la preghiera (“Psalm”).

5
Duke Ellington – “Never No Lament” (2003, compilation di brani composti tra il 1940 e il 1942)
Come ha studiato e sperimentato con orchestre e big band lui, nessuno mai. Ecco perché questo disco di Duke Ellington, senza ombra di dubbio uno dei maggiori compositori di tutti i tempi, va necessariamente ascoltato. A maggior ragione se per lui non era solo questione di virtuosismi: per lui la composizione non è mai stato un processo astratto, ma una risposta diretta a persone e situazioni. Preciso, tecnico, ma emozionale.

4
Louis Armostrong & Ella Fitzgerald – “Porgy and Bess” (1958)
Ad accomunare Louis e Ella è l’allegria, l’esuberanza e l’estro artistico portato ai massimi livelli. Ve ne renderete conto, ascoltando “Porgy and Bess”, considerato il maggior successo musicale tra le versioni vocali jazz dell’opera, pubblicato in concomitanza con la versione cinematografica del 1959. Il primo è la vera “star mondiale”, riconosciuto da tutti come il genio jazz della tromba e del suo scat unico inimitabile. La seconda è la “First Lady” del jazz, con la sua gioia e un virtuosismo vocale senza precedenti.

3
Thelonious Monk – “The Finest in Jazz” (2007, compilation di brani composti tra il 1947 e il 1952)
“ The Finest in Jazz” è un album che può creare dipendenza. Quasi mistico, da prendere e ascoltare con la stessa cura con cui si legge un libro di storia. Il suo stile musicale è, ancora oggi, inconfondibile: blues, swing, Thelonious poteva fare qualsiasi cosa senza mai essere ridondante e banale. Come solista e accompagnatore, il suo senso del ritmo è stato sconvolgente. Il fascino dello “spirito libero”, copricapi esotici e uno stile pianistico potente. In due parole, Thelonious Monk. Un caposaldo del bebop e un personaggio decisamente fuori dal comune. Riusciva a produrre colori profondi e variegati, riuscendo ad esaltare la sezione ritmica perché sapeva perfettamente quando inserirsi o no.

2
Art Blakey and The Jazz Messengers – “Moanin’” (1958)
“Moanin’”, pubblicato nel 1958, vede la presenza di stelle assolute del jazz mondiale: Lee Morgan, Benny Golson, Bobby Timmons e Jymie Merritt, oltre naturalmente ad Art Blakey. Quasi tutta la scaletta del disco è a firma Bobby Timmons e Benny Golson, musicisti abili nell’unire ottime melodie a un rullante, quello di Blakey, misurato ma nel medesimo istante riconoscibile. Nelle loro diverse line-up, i Jazz Messengers sono stati, fin dalle origini, una delle esperienze più significative della storia del jazz.

1
Miles Davis – “Kind of Blue” (1959)
Una pietra miliare del jazz, ritenuto ancora oggi il disco jazz più venduto di tutti i tempi, apprezzato al di là delle divisioni di genere. È l’enunciazione definitiva di una nuova visione destinata a rivoluzionare il jazz, ma anche a racchiudere tutto ciò che il jazz fondamentalmente è sempre stato: profonda predilezione per l’improvvisazione e per la spontaneità creativa. Miles Davis non è solamente un musicista, ma un vero e proprio rivoluzionario. Il primo ad aver sperimentato l’avvicinamento del jazz al rock, segnando così un cambiamento storico.

Emanuele Pilloni

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