Matteo Costanzo, 26enne romano da tempo attivo nella musica, ha alle spalle una carriera molto consistente come compositore e producer (vantando numerose collaborazioni illustri, da Ultimo a Briga, da Gemitaiz a Wrongonyou, dall’apertura dei concerti di Max Gazzè e dei Tiromancino, all’accompagnamento di note artiste come Syria ed Emma Marrone, fino alla partecipazione alle colonne sonore di numerose fiction), ma anche e soprattutto come musicista polistrumentista.
L’anima spiccatamente rock, insieme alla versatilità e un’evidente predisposizione alla sperimentazione la potenza della sua voce e la sua grandissima energia, fanno di lui un artista eclettico, molto apprezzato per la sua schiettezza e la sua autenticità. Le sue canzoni, molte delle quali sono state scritte in inglese e che Matteo ha presentato al pubblico calcando numerosi palchi della scena romana, colpiscono per la loro carica emotiva, per il loro impatto passionale e non si risparmiano mai dal far irrompere, in tutta la sua grinta, la sincerità di una musica che esce dal cuore, come per bisogno, per necessità. Dopo la partecipazione a “X-Factor“, raccontata con il sorriso come un momento molto particolare di crescita personale, come un’esperienza importante, durante la quale Matteo è stato attento soprattutto a non rinunciare mai alla sua identità, i suoi progetti da solista proseguono e sono in fase di elaborazione. Ce ne ha parlato con grande simpatia e umiltà, come si conviene a chi non distorce la propria onestà artistica nel nome di un’aumentata visibilità e che anzi cerca di fare di questa un valore aggiunto e uno stimolo a crescere.

Dunque eri in studio, sembrerebbe che stia andando a gonfie vele.
Sì, ero in studio, stavo finendo di registrare “Nessuno mi sente”. Va bene, sì, va come prima.

Direi che c’è sempre stata parecchia carne al fuoco, anche prima di “X-Factor”.
Sì, il discorso è che ognuno esprime ciò che ha dentro; di certo non è la TV a togliertelo. Se eri ricco prima, umanamente parlando, resti ricco anche dopo. Se dovrà essere sarà, ugualmente, anche aldilà del karaoke con le telecamere o senza.

Assolutamente e volevo chiederti proprio cos’è stata per te quest’esperienza. Da questa definizione che dai sembrerebbe che “X-Factor” sia stato qualcosa che tu hai fatto per provare a vedere quello che succede se…
Non sono assolutamente scontento di com’è andata! Sarebbe un po’ come dire “Ora che tocca a te a contare a nascondino non giochi più”. È stata un’esperienza fichissima e c’è dietro una macchina di professionisti allucinante, che veramente mai nella vita riuscirò a rimettere tutti insieme. Magari sì eh, magari divento Vasco, ma nel caso contrario comunque è stato un momento bello. Poi ognuno deve provare a godersi quello che ha al momento, aldilà del futuro, no? Tra l’altro quando ho visto l’esibizione sullo schermo, con tutte le luci, le cose, io che andavo sul palco, devo dire che mi sono proprio emozionato.

Immagino, infatti aldilà di cosa succede a “X-Factor” è di per sé bellissimo poter partecipare ed è di per sé un’opportunità che viene data a te come artista e come persona
Guarda, il fatto è proprio che io non ero mai stato su un palco così grande, però mi è venuto proprio naturale starci. Mi sono sorpreso che per me fosse tranquillo andare sul palco, la coreografia, la base, a parte il fuoco era tutta farina del mio sacco che non ho neanche dovuto studiare. Per esempio al soundcheck ho provato a fare una cosa ed è venuta esattamente così e l’ho ripetuta, quindi mi sono proprio domandato: “Ma io questa cosa quando l’ho già fatta? Mai!“. Io l’ho sempre e soltanto immaginata quando ero piccolo e a forza di immaginarla è diventata reale, quindi bisogna stare attenti a cosa si immagina, perché c’è proprio il rischio di far diventare l’immaginazione una cosa vera. Giordano Bruno diceva che è il pensiero che fa la materia e non il contrario. Ora non so se intendesse proprio questo…

Beh anche non fosse…! Io ti ho visto live, in realtà, molto prima di “X-Factor” e comunque si capiva già dai tuoi concerti, anche se non si trattava di grandi palchi come “X-Factor”, che tu avessi sempre avuto quest’energia, non c’è stata in fondo una grossa differenza fra ciò che eri prima e quello che è venuto fuori dal programma.
Certo, anzi, forse ero più grosso dal palco piccolo che viceversa.

Una sorta di evoluzione senza troppo uscire dal binario, nel senso positivo, senza trasformare la tua identità in modo troppo compromettente.
Ma infatti da questo punto di vista, dato che comunque vince uno solo, forse, e non è neanche detto, perché vincere, poi, non significa solo vincere la gara, significa anche iniziare una carriera musicale; di chi ha vinto poi in realtà ne ricordiamo il 2%, perché sennò dodici per dodici (dodici partecipanti per dodici edizioni), dovremmo esserne carichi, e invece ne ricordiamo cinque o sei, che poi di questi cinque o sei, anche se vai su RTL non significa, significa che hai dei buoni contatti, ma insomma, a grandi linee ne vince uno l’anno, ma poi neanche tanto, visto che Licitra poi è sparito.

Infatti volevo dire proprio questo, a prescindere da chi vince o chi perde è l’esperienza di per sé che può essere utile, può essere bella. La vittoria alla fine è al di fuori del programma
Sì, infatti. A questo punto ti dirò pure che è meglio uscire prima che dopo! Io sono contento di aver mostrato un lato che magari alcuni non hanno capito o che magari ho esagerato, però quello è un lato di me che deve comunque essere accettato. A costo di perdere la gara, il pubblico che mi deve seguire deve accettare quella parte là, non è che devo fare finta di essere Mengoni. Io stesso non avrei scelto alcune cose, e quando giochi devi anche mettere in conto di perdere, però allo stesso tempo sono uscito che ero ancora io, perché se fossi uscito che ero un altro mi avrebbe dato fastidio.

Questo dev’essere particolarmente soddisfacente, anche perché hai fatto valere quello che sei sempre stato, e l’ho visto anche con la cover di Battisti; sebbene poi sia stata criticata, ti rappresenta molto.
Quello è un lato di me che esiste. Passo da un eccesso all’altro, da quella disperazione rabbiosa a qualcosa di magari più intimo, e secondo me è giusto che ci siano entrambe le cose, perché se ti devo dire “Ti amo” o “Vaffanculo” dovrò dirlo in maniera diversa, non posso essere sempre la stessa persona, lo stesso timbro, lo stesso approccio nel canto. Ce ne sono vari e sono opposti.

Ed è una cosa che si nota molto dal tuo percorso discografico, sei uno che spazia tantissimo nei generi, sei uno che esplora.
Bisogna vedere poi se questa cosa sarà apprezzata o meno, perché anche il disco che sta uscendo in italiano sarà difficile, e sarà curioso vedere questo: io passo da una cosa addirittura fraintendibile, che sembrerebbe un singolo dell’estate, quando magari in realtà mi sto prendendo in giro, a una roba rock, a una roba superfolk. Quindi bisogna vedere poi la gente come reagisce a questa cosa.

Certo, dato che non resti dentro un’unica casella che ti renda univocamente leggibile.
Sicuro che poi chi ci entra dentro comunque per forza di cose troverà un filo conduttore. Sono sempre io, non è che se cambi banca di suoni, se usi la chitarra o il sintetizzatore allora sei un’altra persona.

E questo pensi che si sia evinto da “X-Factor”, pensi che questa tua inclinazione alla variazione sia riuscita ed emergere oppure no?
Secondo me è venuta fuori e non è piaciuta, soprattutto ai giudici. È la causa del fatto che magari mi sono giocato male le mie carte, però dall’altra parte c’è anche tanta gente che invece è rimasta affezionata a questo. Sono quelle le persone che poi magari ti vengono a vedere live, piuttosto che metterti i like perché sei bello o perché gli hai fatto comodo che gli hai cantato la canzonetta preferita. Poi sei tu, con la tua musica, che devi andare avanti, e non l’immagine. Quindi a questo punto preferisco essere distante dalla moltitudine, almeno ho una cosa mia che è infinita, che non muore mai. Preferisco essere seguito da meno persone piuttosto che da quelle diecimila che se dovessi tornare me stesso se ne andrebbero.

Hai detto che a breve uscirà il tuo disco…
Sì, cioè, che stia per uscire purtroppo no. Io avrei cominciato a far sentire le cose già da questo giovedì, ma mi è stato impedito purtroppo da problemi contrattuali. Devo aspettare la fine del programma, quindi dicembre, però mi metterò sotto per fare un videoclip. E sì, il disco è pronto. Io punto sempre in alto con l’arco, quindi poi uscire alla prima puntata o all’ultima sarebbe stato uguale, visto che comunque la mia musica era già pronta, altrimenti non sarei nemmeno andato. L’ho fatto solo perché avevo già messo un punto, artisticamente parlando, quest’anno, e sto già pensando a che disco fare il prossimo anno. Quindi la mia musica è già stata fatta, e rimane invariata. Sicuramente l’esperienza che ho fatto lì la porterò con me, perché è stata una palestra sia mentale che artistica. Insomma, ti insegnano a parlare davanti alle telecamere in continuazione, poi conosci nuova gente, ti misuri con cose che non hai mai visto così, almeno con questa frequenza quasi militare. Ogni giorno ci sono un sacco di cose da fare, anche semplicemente fare la foto dello Swatch.

Hai già percepito dei cambiamenti dal punto di vista della popolarità?
Ma no perché in fondo a me non interessava per niente! Nel senso, sono arrivato a un punto in cui sono talmente tranquillo che fare la foto con lo Swatch o non farla è uguale. A me interessa la musica, quindi non mi cambia la vita se ho la foto con lo Swatch. Certo se me lo lasciavano…! [ridendo] È una foto, sto al gioco, penso ai miei amici che mi vedono nella foto, si fanno una risata, magari se lo comprano pure, da paura!

Quantomeno è divertente!
Sì, è un gioco. Ripeto, l’importante è che la gente capisca, se c’è qualcuno che lo può capire, che poi stiamo dando per scontato che io sia in grado di portare avanti questo percorso artistico, anche se finché non porto a casa i risultati non posso parlare.

Si può dire che risultati comunque ce ne sono stati.
Eh beh. Ma non riesco comunque a sentirmi arrivato. A parte che non lo sono, però poi comunque sentirmi così mi permette di fare sempre cose nuove, di tirare fuori sempre il meglio, perché se mi adagio su quello che ho poi rischio di fermarmi. Purtroppo finchè non mi godrò questa vita sarò sempre scontento, però almeno cerco di non fare “musicaccia”.

È chiaro. Bene, mi sembra un ottimo percorso da seguire. Detto ciò, se hai detto che eri in studio vuol dire che stai registrando, quindi sei al lavoro insomma.
Eh sì, stavo finendo i controcanti di “Nessuno mi sente”. La voce principale l’ho finita poco fa, quindi mi sono tranquillizzato. Era già registrata ma poi nelle auditions ho tirato fuori una grinta che nella registrazione non c’era, quindi di comune accordo abbiamo deciso di registrarla perché era più sentita, era più naturale nelle audizioni, quindi l’ho ricantata.

Ed è l’unica che hai rivisitato dopo la trasmissione?
Sì, sì, giusto il “Noooo” era molto più graffiato, più potente, e invece l’avevo fatto molto più pulito. Magari all’ascolto è più piacevole, però m’interessa di più arrivare alle persone. Nel senso, in quel momento sto parlando di una solitudine che io ho sentito, che fortunatamente adesso non sento più, però mi è servita a scrivere quel brano, che comunque ha un valore, ed è infinito, e rimarrà per sempre, perciò è già da paura; in più mi è servita a crescere proprio umanamente, e quindi era giusto trasmettere quella sensazione là, sennò non ha senso. Che poi io non è che scrivo dei testi così comprensibili, almeno al primo impatto, è più una cosa di sensazione, perciò se non c’è la sensazione, cioè l’emozione, è inutile.

Del resto si dice che la malinconia sia il più produttivo degli stati d’animo, perciò a maggior ragione certe canzoni fanno bene a colpire per il loro impatto, e quando sono sincere questo arriva. Ma per quanto riguarda i live? Hai programmato concerti? Le prossime tappe di Matteo Costanzo?
Io adesso ho il problema che non so bene dove dovrei suonare. Non so se andrò alle Mura o al Monk, non ho idea delle persone che verranno a sentirmi live. Dovrò far uscire un singolo, e vedere da lì un riscontro e poi vedere dove muovermi, perché sicuramente c’è stato un gradino in più, però ora dovrò capire quanto. Poi io adesso ovviamente parto sempre dal presupposto che ho perso, quindi per quanto io stia tranquillo c’è una parte di me che pensa che comunque sia stato un piccolo fallimento, quindi non ho l’energia – che poi magari fra una settimana mi passa, fra un mese, chissà – di prendere, chiamare e il Monk e dire “Faccio il concerto dell’anno!”, sono in una fase di giusta riflessione, perché comunque qualcosa pare sia andato storto. Poi magari non era il mio posto, magari le persone che mi hanno seguito erano quelle giuste, magari è stato super positivo però lo scoprirò dopo. Ora si tratta di fare bagaglio di questa “perdita” perché comunque è questo che ora mi aiuta. Se c’è una cosa positiva è proprio realizzare di aver perso. È questo che rende più forti.

Beh è vero. In entrambi i casi, Le Mura, il Monk, se questi sono gli orizzonti già possibili, ottimo.
Sì, in realtà ho già suonato alle Mura, “quando non ero nessuno” diciamo. Ora non è che sono qualcuno, però almeno spero di aver fatto un passo in avanti. Spero di portare altre persone! Detto proprio stupidamente, adesso se non altro oltre agli amici ci stanno magari gli amici degli amici che sanno chi sono. Perlomeno adesso sento che c’è curiosità, sia da parte delle persone più vicine, sia chi magari non mi conosceva. Mi hanno scritto tantissime persone, io ho risposto almeno a cinquecento messaggi. Sperando che questi cinquecento siano almeno tutti di Roma…! [ridendo] Poi ci sono altrettante persone che non mi hanno proprio scritto, quindi si vedrà. Magari è tutto in salita però ce ne renderemo conto fra un po’.

Fabiana Cecamore

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