Abbiamo intervistato i Tartaglia Aneuro, protagonisti di un progetto sperimentale che nasce nella vivacità culturale della regione campana. Andrea Tartaglia diventa Tartaglia Aneuro grazie all’intervento di amici e collaboratori vari. Ed “Oltre“, il loro secondo album uscito ormai lo scorso 15 dicembre, è un esperimento musicale ben strutturato che Spettacolo News ha apprezzato tantissimo. Non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con questi giovani artisti. Al termine dell’intervista potrete trovare la tracklist del disco e la cover.

Come nasce il vostro nome d’arte?

Tartaglia è facile: è il cognome del leader. “Aneuro” è il nome del progetto, ma non è possibile separare i due. Diciamo che c’è Tartaglia in Aneuro e Aneuro in Tartaglia. Aneuro è un gioco di parole puteolano, che viene pronunciato in vari accenti. Può significare “sto da un’ora” (stong A’N’EUR), “fuori la neuro” (for A’NEURO), “senza un euro” (senzA N’EURO) o “nudo” (ANNEÙR). È un’ottima sintesi di tutto ciò che siamo: pazienti e pazzi, poco attaccati al denaro e nudi. Soprattutto nudi, perché ci piace essere il più sinceri possibile.

Come siete riusciti ad armonizzare due stili tanto diversi come il rap e l’etnico in “Oltre”?

(Risponde Andrea, il frontman del progetto) Sin da piccolo sono sempre stato affascinato dai miscugli di sonorità acustiche. Avvicinarmi al rap è stata una scoperta che mi ha portato all’approfondimento, alla ricerca e alla sperimentazione. Il rap può essere adattato a molti stili musicali e dà la possibilità di discorrere con l’ascoltatore in modo più esaustivo, incisivo e diretto. Quello che si viene a creare è un vero e proprio dialogo ed attraverso il rap riesco ad esprimermi in modo enfatico, quasi retorico. La sensazione di carezza che dà l’ascolto di una melodia, invece, necessita una forma più poetica, sintetica. Le forme di espressione che noi sperimentiamo possono diventare vere e proprie formule magiche, accompagnate da un giusto tappeto sonoro. Il motivo etnico riesce ad enfatizzare il mondo naturale dal quale veniamo rapiti e dove vogliamo condurre anche chi ci ascolta.

Cosa vedete quando componete? Con le vostre sonorità riuscite a evocare tanto le savane de “l Re Leone”, quanto i vicoli di un borgo medievale, che il profumo della terra di campagna. Mi sembra che “So vivo” e “Oltre” vadano più o meno nella stessa direzione contenutistica. Cosa volete raccontare a chi vi ascolta? Cosa volete dirgli?

Il momento compositivo e quello di scrittura del testo camminano insieme. Ogni messaggio che vogliamo comunicare necessita di un ambiente personalizzato per essere più incisivo ed ogni storia ha la sua colonna sonora. “Oltre” e “So vivo” hanno argomenti che sono imparentati. Mentre “So vivo” è un grazie alla vita, un inno al “carpe diem“, un’ode al godimento dell’attimo fuggente, “Oltre” vuole essere, invece, una presa di coscienza che l’esistenza è un fluire di attimi che devono essere in qualche modo pilotati. A nostro parere la destinazione è proprio l’oltre, una dimensione altra in cui impari a credere in cose nuove che allargano l’idea che hai di te stesso. Il punto è che non riusciamo mai a vedere una qualsiasi cosa se prima non ci crediamo, anche se fosse concretamente davanti a noi e ci sbattessimo il naso fino a rompercelo. E non costruiremo mai niente di buono, se prima non crediamo di potercela fare.

Ci raccontate un aneddoto imbarazzante che vi ha legati in questo progetto?

Ci hanno legato le ore in sala prove, le scorribande per la città, le centinaia di date senza essere pagati; e poi ancora i contest, gli applausi, i fischi, l’autoproduzione del primo disco per il quale ci siamo anche dovuti costruire una sala prove per le registrazioni. E non possiamo non annoverare il viaggio ad Amsterdam: le sue psichedelie ci hanno ispirati incredibilmente. Grandi maestri sono stati anche i ritardi, le paure, avere un obiettivo comune. Siamo Tartaglia Aneuro perché siamo cresciuti insieme, spesso a tempi alternati, perché abbiamo litigato, urlato, ci siamo ubriacati di aria, di vino, di erba e di vita. È stata la condivisione di esperienze, arricchite dalla unicità specifica di ogni membro, ad averci forgiati come gruppo. Non so raccontarti aneddoti legati all’imbarazzo, ognuno di noi come Aneuro è fiero della sua follia, perché sappiamo che è da lì che vengono i nostri pregi e i nostri difetti.

Il miscuglio di lingue che si può ascoltare è incantevole… dal dialetto campano (immagino quello di Pozzuoli, poiché la voce è di Andrea) al francese dei primi pezzi. Da che studi venite? Celate un amore non corrisposto per la Francia?

Crediamo che ogni lingua abbia la sua musicalità, un’enfasi sua propria. Mi spiego meglio: l’italiano è una lingua perfetta per i discorsi, con la quale puoi argomentare molto grazie al gran numero di parole per farti capire; il napoletano è più viscerale, musicale, più adatto a lanciare emozioni e anche a suscitarle. Mescolare lingue diverse nella musica ci ha permesso di trovare una lingua amorfa che comunque esalta in pieno quello che vuoi davvero esprimere ed ha un effetto di novità e di simpatica, come nel caso di “Le range fellon”, in cui è un granchio a parlare. Ci affascina il francese, ma siamo attratti anche da tante altre lingue e culture diverse dalla nostra.

Emanuela Colatosti

La tracklist dell’album:

  • Oltre
  • O’ Lion
  • Zucasang feat. Daniele Sepe
  • Leggi Armate feat. O’ Zulù
  • Fratm
  • Crateri
  • La Fenice
  • Respira cummè
  • Intro della Sibilla
  • A voce de Stregoni
  • Vero

La cover:

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