Il prossimo 8 novembre a Roma al Teatro Quirinetta si esibirà Viito, il duo rivelazione dell’anno. Il live si terrà nella città che li ha ispirati con il brano di esordio “Bella come Roma“. Da lì altri singoli e poi, lo scorso 7 settembre, il primo album intitolato “Troppoforte“. Successo incredibile considerando che Viito non ha partecipato ad alcun talent show. Pertanto Spettacolo News ha deciso di intervistarli, per apprendere di più del loro percorso e addentrarsi nelle tematiche affrontate dalle canzoni dei due giovani musicisti.
Giuseppe Zingaro e Vito dell’Erba, in arte Viito. Siete il duo che, dalla scena diciamo “underground” degli artisti sconosciuti che si sperano siano emergenti, ha sbancato circa 9 mesi fa con l’uscita del singolo su Youtube “Bella come Roma” e ora, con un album di successo uscito il 7 settembre – 4° posto nella classifica delle new entry italiane la prima settimana – state girando l’Italia in tour. E tutto questo senza partecipare ai soliti talent show, ma forti solo della vostra arte e dei vostri testi. La prima curiosità che vi chiedo di togliermi è: come si diventa il Chievo del 2001 nel mondo della musica?
Giuseppe l’ha progettato per anni, ha fatto molte cose che ruotano intorno alla musica: organizzare concerti, scrivere recensioni, gestire palchi… Si può dire che ha studiato bene il terreno e il modo di far emergere le canzoni che intanto scriveva.
Vito ha cantanto in ogni dove e scritto appunti di vita praticamente 24 ore su 24 da quando si è trasferito a Roma per studiare.
Ora giochiamo bene in squadra, come faceva il Chievo nel 2001.
C’è chi vi definisce indie, e non lo siete. C’è chi vi definisce pop, e non lo siete. Voi siete Viito. Bene: come sonorità e genere vi ispirate, ovviamente reinterpretando, a qualche artista o gruppo passati o contemporanei? Che cosa deve ascoltare qualcuno per potergli dire “ascolta questo gruppo” sicuro che piacerà?
Ci ispiriamo ai grandi cantautori italiani del passato, che riuscivano a sintetizzare un mondo di cose in una frase semplice. Ci piacciono le cose romantiche, ci piace il disimpegno del pop, la ruvidezza delle chitarre distorte, la solidità dei synth analogici. Possiamo piacere a chi condivide con noi queste cose. Di certo se ascolta i Viito deve amare la forma canzone, altrimenti rimarrà deluso.
Arriviamo ai testi: riuscite a cogliere lo spirito dei giovani di oggi, vostri coetanei, al pari degli 883 negli anni ‘90. Quanto le vostre canzoni parlano di voi e quanto di topos giovanili? Sono graditi esempi ovviamente.
Le nostre canzoni parlano esclusivamente di noi. Il fatto che noi siamo immersi fino al collo in questi topos giovanili probabilmente le rende generazionali. Essere paragonati agli 883 dei giorni nostri è una cosa che non avevamo programmato.
“Tempi migliori” è la canzone che più coglie il disagio di un giovane di oggi, che si pone davanti un futuro incerto armato di un ottimismo falso trasmessoci dagli adulti (che in realtà potremmo chiamare quasi anziani). Quanto è difficile secondo voi essere giovani oggi?
“Tempi migliori” è la nostra canzone più completa, dentro ci sono molti temi attuali come la crisi che stiamo vivendo, l’ambiente in ginocchio, la precarietà, il gap tra la nostra generazione e quella precedente, che stava meglio di noi. Insomma più che raccontare di quanto sia difficile essere giovani, racconta di quanto lo è diventare adulti.
Il rapporto con l’altro sesso in Viito: necessario, per poter affrontare l’altro sesso – in particolare le ragazze belle come Roma, ma stronze come Milano – è farsi un goccio. Il bisogno di bere per poter approcciare o gestire una relazione emerge anche in “Troppo Forte”. In “Tempi migliori” si fa presente come i rapporti siano precari. Cos’è che manca ai giovani d’oggi, in particolare nei maschi, per potersi incontrare e corteggiare in maniera più sicura e affidabile, (a livello psicologico intendo) con donne che per evitare di essere ferite si inalberano?
Il cambiamento dei rapporti tra uomo e donna è forse la cosa più rivoluzionaria successa all’uomo occidentale da secoli. Ai giovani d’oggi manca solo un po’ di chiarezza. Siamo tutti confusi. Dovremmo parlare di più, ma dal vivo, senza il filtro dei social.
Parliamo del vostro rapporto con Roma, città in cui vivete e vi siete conosciuti, studiate e che compare spesso nei vostri testi: a volte pare essere una gabbia dorata di impegni e caos, ma che comunque trascina ed è bellissima, soprattutto se vuota d’estate. Quanto della vostra ispirazione viene dall’ambiente romano e quanto dal bisogno di una realtà più conciliate verso cui fuggire (come Lisbona)?
Roma è la metafora della vita: molto faticosa e piena di insidie, ma poi ti regala inaspettati sprazzi di bellezza mozzafiato. Noi abbiamo preso da Roma molto di quello che poi abbiamo scritto, ma a questa città le abbiamo anche dato tanto. Non escludiamo di partire a breve per nuove realtà, dove trovare nuove ispirazioni.
Ultima domanda: quanto ancora dovremo attendere per un nuovo pezzo, o anzi, un nuovo cd?
Di nuovi pezzi ce ne sono già molti, per ora si possono ascoltare solo nel nostro salotto, ma noi non vediamo l’ora di farli diventare di tutti. Per ora portiamo in tour questo disco, dopo cominceremo a pubblicare altre tracce.
Marco Vacca

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