Andrea Bruschi e i “Marti” portano sul palco del Quirinetta di Roma il loro ultimo lavoro. L’interpretazione di “King of the minibar” si prospetta essere molto interessante, visto a considerato l’alto sperimentalismo e sincretismo artistico del cantautore. Ma Andrea Bruschi non è solamente un cantautore, perchè è un anche un attore, volto noto di fiction televisive e pellicole cinematografiche.
Noi gli abbiamo fatto qualche domanda, a cui lui ha risposto con dovizia di dettagli.

Siete partiti dal Giappone e finalmente siete arrivati anche a Roma per la prima volta. Emozionati di esibirvi al Quirinetta?
Siamo molto contenti di presentare finalmente il disco a Roma, peraltro in un posto prestigioso come il Quirinetta. “King of the minibar” continua a farci fare tanta strada e non poteva mancare una data nella capitale che, insieme a Berlino, è la città che ho frequentato di più in questi anni.

Il sound dei Marti è estremamente particolare nella leggerezza con cui lo esprimete. In “The king of the minibar” risuona il meglio degli anni ’80. Chi sono i tuoi miti?
Con questo disco, registrato tra Londra e Berlino e composto interamente in quest’ultima, volevo rievocare le sonorità e le atmosfere di un certo pop raffinato di stampo inglese e tedesco. Per questo mi sono affidato alla produzione artistica di James Cook, produttore e musicista molto attivo sia nel Regno Unito che in Germania.
Essendo cresciuto negli anni ’80, la musica di quel periodo ─ dalla pop wave a cose meno conosciute e più oscure ─ fa parte del mio DNA. Grandi artisti ─ portatori di una galassia artistica e non solo di musica ─ che sono stati il mio punto di riferimento sono David Bowie a Bryan Ferry a Lou Reed. Sono per me dei “portali viventi” che mi hanno fatto conoscere tantissime realtà artistiche. Il mio compositore preferito, che ha esordito negli anni ’80, è Martin Gore dei Depeche Mode.

Si percepisce una buona sintesi delle varie arti nel videoclip di “King of the minibar”, singolo che dà il nome all’album. Quanto ha influito la tua esperienza nel mondo del cinema su una performance che evidentemente non è soltanto musicale?
Certo assolutamente! Penso sempre che una buona forma di un racconto possa essere cinematrografica o, perché no, anche fumettistica. È il caso della copertina di “King of the minibar”, il cui progetto grafico è stato curato da uno dei miei artisti visivi preferiti, Igort, che ho iniziato a conoscere proprio negli anni 80.
Ho chiesto al regista del clip Lorenzo Vignolo, con cui realizzo i video dei “Marti” dal primo disco, di ricostruire la nostra visione di Berlino.  Essendo vissuto lì per 9 anni la conosco abbastanza bene. Ogni volta che trovavo un location che mi ispirava, me la sono segnata su un taccuino con la speranza poi di utilizzarla. Il bello di Berlino, città sempre cangiante e in movimento, è che ognuno ne ha una sua visione. La cosa fantastica del video è stata la partecipazione di tanti amici che si sono prestati a fare gli attori, dei quali si possono contare 10 nazionalità diverse: questa è l’essenza di Berlino.

Come ti descriveresti al grande pubblico per rendere conto della tua duplice vocazione? Come è nata la vocazione per la recitazione cinematografica?
Ho sempre sognato di fare entrambe le cose, musica e cinema. Ma è stato tramite la musica, negli anni ’80, che ho conosciuto tutte le altre arti. È stato un periodo magico in cui gli artisti non facevano solo musica ma creavano un universo completo: Bowie portava il cinema, la pittura, la letteratura, il fumetto. Tramite lui ho scoperto Burroughs oppure Francis Bacon per citare due nomi. È stato Franco Battiato in Italia a fare la stessa cosa. Ho iniziato a recitare da piccolo in teatro ma l’entrata nel cinema è stata più lenta perché, secondo me, è un’arte collettiva anche più della musica. Sono contento che di essere riuscito ad esprimermi in entrambi i mondi che poi, a pensarci bene, così separati non sono, perché si tratta sempre di raccontare storie…

Da artista eclettico ed eccentrico deve essere stato un gioco vestire i panni dell’ing. Marchisio in “Questo nostro amore 80”, una serie seguitissima dal pubblico del piccolo schermo. Per ora sei soddisfatto di questa nuova esperienza?
Il personaggio dell’ing. Marchisio è molto diverso da me e sono contento di avere potuto sperimentare con questo ruolo anche una parte drammatica oltre al tono della commedia. Per il resto, sono molto contento che mi sia stata data la disponibilità di partecipare a questa serie e mi ha fatto molto piacere avere la possibilità di lavorare con Manuela Ventura, “Teresa” nella fiction, che reputo una delle attrici più brave in circolazione.

Pensi di riuscire a prendere parte anche ad una performance teatrale prima o poi?
Mi piacerebbe molto e ho vari progetti in corso. Anche se la musica alla fine è un po’ il mio teatro, mi piacerebbe produrre un musical sia per il palco che per il grande schermo.

Progetti musicali-cinematografici in vista?
Uscirà un nuovo singolo da “King of the minibar” e sto scrivendo le canzoni del nuovo album, che forse avrà anche finalmente una parte in italiano. Per quanto riguarda il cinema, è appena uscito in America ─ per la regia del premio Oscar Bobby Moresco ─ il film “Bent” in cui interpreto la parte di Tom Loach, un agente governativo. Poi ho avuto la fortuna di girare una parte nella serie in inglese “Il nome della Rosa” di Giacomo Battiato che uscirà nel 2019 e anche in un film svizzero, opera prima di Francesco Rizzi, dal titolo”Cronofobia”.

Emanuela Colatosti

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