Giulia Mazzoni è una pianista e compositrice toscana, che ho avuto il piacere di intervistare. Nella nostra chiacchierata abbiamo toccato diversi punti della sua storia artistica, in cui si sono evidenziate una grande sensibilità e delicatezza musicale, ma anche tanta determinazione e caparbietà. Giulia è una ragazza che ha studiato, che ama la musica nella sua interezza e che ora vuole raccontare al mondo, a modo suo, quella che è la sua visione delle cose.

Ascoltando il tuo album “Room 2401” trapela un qualcosa di leggero, malinconico, ma si ha come la sensazione di ascoltare una vera e propria storia. E’ così? Come ne parleresti?

Sì è così. Le mie composizioni raccontano storie, storie in musica, senza parole, ma partono da esperienze che ho vissuto realmente in prima persona oppure da sogni che ho fatto, come nel caso ad esempio del brano “Dinosaur on a Cheese Planet”, brano nato da un sogno e che mi sono divertita a mettere in musica. Nei miei pezzi cerco di raccontare la mia vita o qualcosa che ho letto, che ho visto, qualcosa che mi ha colpita e mi ha emozionata. Le composizioni per me hanno un significato preciso, ma è giusto poi che l’ascoltatore si senta libero di vivere un proprio viaggio in maniera intima e personale.

Oggi non è facile trovare nel panorama musicale una giovane pianista compositrice: la tua storia d’amore con il pianoforte è nata molto tempo fa? Cosa puoi raccontarci in merito?

E’ nata per caso, nonostante io venga da una famiglia amante della musica, ma che non si occupa di questo. Entrambi i miei genitori lavorano nel settore tessile a Prato ed io ho scoperto la musica per caso, alle elementari. Mi era già capitato di ascoltare concerti per pianoforte, ma non avevo mai avuto un incontro ravvicinato con lo strumento. Durante una ricreazione a scuola ho seguito il suono che veniva da un’aula, lo ricordo proprio come fosse successo un’ora fa… l’emozione è stata forte e da lì è nato un amore a prima vista. Dal momento in cui poi ho messo mano sui tasti è nato uno scambio, un dialogo. Non conoscevo la musica, improvvisavo ed ho iniziato a studiarla successivamente, quando ho rivelato ai miei il mio segreto. Ho cominciato il mio percorso di studi alla scuola di musica Verdi di Prato e poi al Conservatorio Verdi di Milano. Verdi è stato un compositore abbastanza presente! (Ride).

Diversi ragazzi si stanno facendo conoscere suonando i pianoforti messi a disposizione nelle stazioni o negli aeroporti: a te è mai capitato di suonarne uno? Credi che sia un’iniziativa che avvicina la gente all’arte?

Assolutamente sì, inserire pianoforti nei luoghi di passaggio delle città è un modo per far conoscere lo strumento e in alcuni casi vengono tenuti davvero molto bene, sono perfettamente accordati… in altri un po’ meno! Io lo suono spesso, mi è capitato alla stazione di Firenze, lo scorso anno a Milano, ma anche a Napoli. A Milano non avevo un pianoforte per provare i pezzi di un concerto che avrei dovuto tenere la sera stessa e quindi mi sono esercitata così, alla stazione! In aeroporto non mi è mai capitato ancora, ho visto dei pianoforti a mezzacoda molto belli ma non ho mai avuto modo di suonarli. Per me è un modo molto pop per emergere, molto vicino alle persone. Diverse volte mi sono fermata ad ascoltare, a fare due chiacchiere con chi suonava in quel momento: ho incontrato pianisti importanti, gente che suonava jazz o semplici ragazzi giovani che facevano cover… insomma la trovo davvero una cosa stupenda!

Il tuo stile ha contaminazioni di musica classica e pop: sei una a cui piace sperimentare? Come nascono i tuoi pezzi solitamente?

Questa è una bellissima domanda, anche molto difficile! Ho una base classica, però la mia musica non è classica, sarebbe sbagliato definirla tale. La musica classica segue determinate regole e determinati canoni, che io non seguo. Definisco la mia musica contemporanea, perché all’interno ha tanti elementi: c’è il pop, il rock, ci sono tante cose! Questo deriva dal fatto che amo la musica a 360 gradi e ascolto di tutto, dall’elettronica al rap. I miei pezzi nascono quindi dai miei ascolti e dalle esperienze musicali che faccio, che non hanno limiti o pregiudizi.

Hai mai pensato di curare la colonna sonora di un film? Ti piacerebbe?

Mi piacerebbe tantissimo! Ho avuto l’onore di collaborare in quest’album con il Premio Oscar Michael Nyman, che ha scritto “Lezioni di piano”, ma anche le colonne sonore dei film di Peter Greenaway. Mi piacerebbe un giorno seguire le sue orme e magari scrivere qualcosa per il cinema, che amo molto!

Il posto più strano in cui ti sei trovata a suonare qual è?

Direi l’Abbazia di San Galgano, vicino Siena. E’ particolare perché non ha il tetto ed ha un’acustica perfetta. E’ un posto magico, in mezzo alle colline senesi, progettata dai monaci cistercensi intorno al 1300. Mentre mi esibivo lì, per motivi tecnici purtroppo è saltata la corrente e quindi mi sono trovata completamente al buio a suonare, ma con un cielo stellato sopra a dir poco meraviglioso!

Hai fatto un tour di successo in Cina: quali sono i luoghi in Italia e all’estero dove ti piacerebbe maggiormente suonare?

Il mio sogno è suonare in America, fare un tour lì. In Italia in realtà i posti sono tutti belli, forse starò dicendo una cosa un po’ scontata, ma è così. Ho suonato a Venezia, a Catania, a Roma… In Italia giochiamo facile, ecco!

Chiudo spesso le mie interviste con una domanda sul colore: che colore daresti alla tua musica?

Blu, perché è un colore che rappresenta questa malinconia che tu stessa notavi, ma anche perché è il colore del mare. C’è la profondità, ma anche la superficie. Malinconia e positività allo stesso tempo, guardando sempre avanti.

Carlotta d’Agostino

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