Grazie all’Associazione Risveglio abbiamo raggiunto la scrittrice Zoe Rondini, per parlade della sua seconda opera letteraria, un saggio polifonico dal titolo “RaccontAbili, domande e risposte sulle disabilità”, edizioni Erickson live.
L’autrice esamina la disabilità sotto vari punti di vista, estendendo il concetto di disabilità e osservandolo in tutti gli aspetti: dalla società alla famiglia, dalla scuola allo sport passando per il tempo libero, dall’amore, gli affetti fino alla sessualità. Nel suo libro si rivolge a persone con disabilità, ma anche ad amici, familiari, insegnanti, giornalisti, scrittori, psicologi, sportivi, educatori, studenti, medici, operatori olistici: molti addetti ai lavori, dunque, perchè “RaccontAbili” apre scenari impensabili, presenti e futuri in cui tutti possiamo essere appunto raccontabili.
Zoe Rondini è da molti anni impegnata nella diffusione della conoscenza del mondo della disabilità – l’informazione è quanto mai importante e anche l’uso corretto delle parole e dei termini – e nella promozione dei diritti delle persone con disabilità. Punto focale del suo diffondere e comunicare, il portale Piccolo Genio: nel libro ci sono diversi articoli che prendono spunto proprio dal suo spazio web; l’autrice è molto presente anche in ambito accademico: la troviamo molto spesso relatrice in lezioni e convegni sul tema della disabilità.

Zoe, con il tuo nuovo libro ci proponi un viaggio interessante e importante nel mondo della disabilità: quali e quanti aspetti esamini e da dove parti?
Il saggio polifonico “RaccontAbili” si propone di raccontare la vita di ogni individuo fatta da famiglia, routine, studio, lavoro, diritti, sport, amore, passioni dal punto di vista di chi vive una situazione di disabilità propria o di un proprio famigliare, alunno, assistito, amico, etc. Attraverso le diverse interviste ho cercato di stimolare idee e proposte nuove su come risolvere i problemi che impediscono alle persone con disabilità un pieno inserimento nella società. Quello che ne è venuto fuori è una raccolta di esperienze di vita che mira ad essere uno strumento utile a far conoscere e superare le “disabilità” legate ad un modello culturale che, ancora oggi, stenta a sostenere tutti e tutte.

La disabilità è solo negli occhi di chi guarda?
Assolutamente no. Ci sono le disabilità personali che possono essere motoria, sensoriale e cognitiva. Ma la disabilità non è solo questo: la definisco nel libro come l’impedimento tra ciò che vorresti fare e ciò che riesci a fare, questo concetto riguarda tutti. Infine la società ha dei limiti che possono essere considerati delle “disabilità” quando esclude dei soggetti anziché includerli.

Hai scelto di dare voce a chi vive la disabilità nel quotidiano. Come spieghi la disabilità a chi non la conosce, non comprende o non ha gli strumenti culturali per capire?
Dal 2011 porto avanti un progetto pedagogico nelle scuole di Roma e Provincia che ha come strumento di narrazione la mia prima opera, “Nata Viva”, è che intende diffondere la narrazione del sé come via di inclusione in un’ottica di contrasto al bullismo. I ragazzi dai 10 ai 18 anni sono molto curiosi e recettivi: si appassionano alla narrazione e mi pongono tante domande. A volte, parlare di disabilità con gli adulti è più complesso perché non hanno il coraggio di chiedere, o semplicemente non sono interessati a conoscere i vissuti diversi. Spero che con “RaccontAbili” non mancheranno gli incontri nelle scuole e università e i convegni. In queste sedi vorrei parlare dell’importanza di dar voce alle persone con disabilità, dando spazio alle risposte contenute nel saggio polifonico. Sono profondamente convinta che la narrazione del sé sia un efficace metodo per aiutare una persona normodotata ad immedesimarsi nella vita di una persona disabile, ma a volte capita che chi ascolta non voglia capire, è comunque una reazione da mettere in conto. Questo però non mi toglie l’entusiasmo di conoscere e ascoltare persone sempre nuove e diverse tra loro e aiutarle a narrare e narrarsi.

E’ un problema culturale quello di usare un corretto linguaggio per raccontare la disabilità? Ci sono termini che andrebbero aboliti e quali?
Personalmente non ho mai dato troppo peso hai termini perché ritengo che i problemi siano altri. In “RaccontAbili” ho fatto domande anche sulla terminologia, alcune persone ci fanno molto caso; altre invece hanno dichiarato che preferirebbero essere chiamati handicappati ed avere più diritti riconosciuti piuttosto che viceversa. Anche secondo me invece di cambiare spesso il linguaggio tendendo al politicamente corretto, facendo una gran confusione, sarebbe meglio affrontare quelle situazioni in cui ci vengono negati diritti quali un buon inserimento scolastico, lavorativo, sociale o non ci vengono riconosciute le varie agevolazioni della legge 104/92. Tra l’altro nel libro è riportata un’intervista che spiega la Legge 104 in maniera molto approfondita.

Cosa vuoi stimolare in chi legge? E come hai stimolato invece gli intervistati? Secondo l’Istat sono 3,1 milioni le persone disabili in Italia, non è un dato di poco conto, per ogni disabile c’è una famiglia e persone che ruotano attorno a lei o lui. Nei lettori vorrei stimolare la voglia di calarsi a pieno nella vita delle persone con handicap e spero che la lettura faccia venire voglia di trovare strategie e soluzioni per facilitare le condizioni di ogni persona.Non è stato facile stimolare la narrazione del sé negli intervistati. Molti non erano abituati a parlare di sé stessi perché non abituati a considerare la propria vita e le proprie esperienze interessanti per qualcuno. Con chi mostrava più difficoltà ho cercato di interagire su Messanger ponendo le domande poco alla volta. Con altre persone conosciute ci siamo incontrati, ma non tutti gli intervistati sono amici e non tutti vivono a Roma.

Quali criteri hai utilizzato per intervistare persone e raccontare storie?
Ho cominciato con gli amici, conoscenti poi ho usato i social e le mail per trovare altri possibili “RaccontAbili”! Non è stato semplice ottenere 30 interviste da inserire nel libro: molti hanno dato risposte secche e non interessanti, altri non mi hanno risposto. Da questa esperienza posso affermare che la poca abitudine a parlare di sé fa parte sia delle persone con disabilità che delle persone normodotate. Ho imparato a fare interviste grazie a chi mi ha dato risposte secche o non mi ha risposto, non a caso ho pensato anche a loro nei ringraziamenti!

A chi si rivolge il tuo libro?
“RaccontAbili” si rivolge alla stessa comunità protagonista delle interviste: persone con disabilità, famigliari, medici, psicologi, psicosessuologi, insegnanti, studenti, artisti, autori, giornalisti, politici e operatori olistici. È un libro adatto a chi, per studio, per lavoro o per motivi personali vuole fare un “viaggio” nella disabilità e nella narrazione del sé!

Parliamo dei PEBA-Piani di abbattimento barriere architettoniche, triste realtà di città e paesi in Italia. A che punto siamo?
Non è difficile questa domanda. I PEBA sono appunto i Piani di Abbattimento delle Barriere Architettoniche.  Le barriere architettoniche sono una questione molto annosa collegata alla disabilità. Personalmente ho deciso di focalizzare la mia attività di approfondimento e divulgazione sulle barriere culturali. Per quanto mi riguarda, a Roma, città dove vivo, in alcuni quartieri ci sono le rampe, ma c’è molto da fare per facilitare l’attraversamento o la semplice circolazione di tutti. In molti quartieri, oltre i gradini i marciapiedi sono sporchi, pieni di buche e di foglie che, quando piove, diventano molto scivolose per gli anziani e per chi ha problemi a camminare. Ho viaggiato tanto, al nord Italia e all’estero la situazione è ben diversa.

Alessandra Paparelli

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