Cifra tonda per uno dei miti del cinema mondiale. A soffiare oggi sulle 80 candeline è proprio lui, Al Pacino.
Alfred James Pacino, un nome una leggenda, con oltre mezzo secolo di carriera ed un graffio indelebile sul grande schermo, grazie ai moltissimi ruoli interpretati e spesso identificati con una parola: “cult”.
Occhi spiritati, voce roca e sguardo di chi la sa più lunga di te, sono diventati un vero marchio di fabbrica. Una carriera straordinaria la sua, che lo ha lanciato sin da subito nell’olimpo hollywoodiano, eppure per lui la strada della vittoria non è stata facile.
Una vita che è già un film. L’infanzia e l’adolescenza nel Bronx, cresciuto per strada in un ambiente tutt’altro che semplice, a scuola veniva considerato un attaccabrighe ed era soprannominato “l’attore”. Di certo, chi in quegli anni si divertiva nel deriderlo, si è dovuto decisamente ricredere.
Lo studio scolastico non faceva per Al che, dopo varie bocciature, lasciò definitivamente gli studi all’età di 17 anni, per dedicarsi all’unica sua passione: la recitazione. Le origini italiane, come si evince dalla filmografia, lo hanno spesso favorito per ruoli calzanti, ma la sua sorprendente carriera è iniziata in teatro con una preferenza per i ruoli shakespeariani. “Mi sento più vivo in un teatro che in qualunque altro posto”, ha dichiarato in passato l’attore, che si è comunque concesso incursioni in tv e dietro la macchia da presa.
Nonostante le 9 nomination all’Academy, ha vinto un solo Oscar con “Scent of a woman – Profumo di donna”, dove interpretava con ironia e profondità un colonnello cieco.


I suoi premi e le sue conquiste nel corso del tempo, però, sono state moltissime così come i personaggi interpretati: da Michael Corleone de “Il Padrino” a Tony Montana di “Scarface”, passando per Carlito Brigante in “Carlitos way” e Lefty Ruggero in “Donnie Brasco”.
Ma non sempre le scelte d Al Pacino sono state le migliori. Qualche scivolone nella sua carriera, infatti, c’è stato. Pensate che nel 1977 ha rifiutato il ruolo del contrabbandiere più amato dello spazio, quello di Han Solo in “Guerre Stellari”. Harrison Ford ringrazia!

Così come poco saggio sia stato respingere il ruolo da protagonista di “Taxi driver”, quello del miliardario in “Pretty Woman” o il poliziotto di “Die Hard”, che lanciò nel cinema la stella di Bruce Willis“Ho dato una carriera a quel ragazzo”  afferma scherzosamente Pacino in un’intervista.
Ad ogni modo nulla di tutto ciò ha interferito nella sua straordinaria ascesa cinematografica.

Tutto ha avuto inizio con l’ingresso nella scuola di recitazione degli Actors Studio di New York, dove ha incontrato Lee Strasberg, il suo grande mentore. Da quel momento le porte del mondo del cinema gli si sono spalancate.
Nel 1971 ottiene il suo primo ruolo da protagonista nel film “Panico a Neelde Park”, in grado di attirare le attenzioni di Francis Ford Coppola per il film campione d’incassi “Il Padrino” (1972), in cui Al Pacino ha interpretato il ruolo di Michael Corleone, che gli è valso la prima nomina agli Oscar come Miglior attore non protagonista. Negli anni successivi l’attore ha poi collezionato un successo dopo l’altro, mettendo a segno colpi antologici nella storia del cinema come “Serpico” e “Quel pomeriggio di un giorno da cani”.
Nel 1983 con “Scarface”, di Brian De Palma, l’attore sigilla un personaggio indelebile, il cubano Tony Montana.
Pacino veste nuovamente i panni di un malavitoso, completamente diverso da Michael Corleone, superandosi. Questa volta è protagonista di una splendida parabola sull’ascesa e sulla conseguente caduta nel mondo del crimine. Un vortice di droga, brutalità e violenza che trova la sua massima espressione nello strepitoso finale, consegnando per sempre alla storia del cinema una pellicola che ancora oggi è adorata da generazioni e fonte d’ispirazioni di innumerevoli gangster movie.


La sua strepitosa ascesa negli anni a seguire ha vissuto una sorta di stasi, con film che non hanno riscosso grande successo. La stasi finì grazie al ritorno di Brian De Palma, regista che gli propose “Carlito’s way” in una nuova prova da malavitoso.
Carlito era un gangstar romantico, malinconico e quasi rassegnato nel vedere la propria vita tormentata da un passato da cui non riusciva a prendere le distanze. Per certi aspetti un sequel ideologico di “Scarface”, un’altra strepitosa riflessione sul mondo della criminalità, che tocca il cuore del pubblico in un’indimenticabile e desolato finale, fra le migliori scene della carriera dell’attore.
Da qui in poi riprende la marcia trionfale del successo che lo porta al tanto atteso Premio Oscar con “Scent of a Woman – Profumo di donna” del 1993. Al Pacino convince proprio tutti nei panni del colonnello in pensione Frank Slade, rendendo alla perfezione il suo carattere burbero e la sua cecità, conquistando critica e pubblico con un memorabile monologo nella fase finale della pellicola.
Sono tanti i monologhi in cui il leone di Hollywood ha spiazzato tutti con il suo talento ma ce n’è uno in particolare che resterà per sempre tra i più celebri della storia del cinema.
Non c’è spogliatoio al mondo in cui non si citi il discorso di “Ogni maledetta domenica” (1999), diventato ormai un esempio di discorso motivazionale, non solo in ambito sportivo. Al Pacino in questo film è Tony D’Amato il coach degli Sharks, una squadra di football in crisi di risultati dopo la morte dell’anziano proprietario. La scena si svolge nello spogliatoio con i giocatori poco motivati per affrontare la partita decisiva della stagione.

In questa squadra massacriamo di fatica noi stessi, e tutti quelli intorno a noi, per un centimetro. Ci difendiamo con le unghie e coi denti, per un centimetro. Perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta.”.

Siamo negli anni ’90 e il nome di Al Pacino continua a viaggiare ad una velocità incredibile, un attore dalla caratura e dall’intensità fuori da ogni canone, con una tensione che oggi nessun altro è riuscito a portare sula grande schermo.
La sua carriera è proseguita con altre pellicole iconiche come “Heat – La sfida” del 1995, dove torna a collaborare a 21 anni di distanza dalla prima e unica volta (ne “Il Padrino – Parte II”) con Robert De Niro, la cui rivalità è considerata forse tra le più belle ed affascinanti del panorama cinematografico.
Arrivano poi “Donnie Brasco” e “L’avvocato del Diavolo”, entrambi del 1997.
Il terzo millennio, non si rivela così prolifico come i decenni precedenti, per lui ruoli di minor successo. Da ricordare, però, l’interpretazione in “Oceans’ Thirteen”, ultimo capitolo della trilogia, insieme ad attori del calibro di George Clooney, Brad Pitt, Matt Damon e Andy Garcia

Dal 2010 Al Pacino ha rappresentato diverse pellicole alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ricevendo anche il Leone d’Oro alla carriera. La sua ultima fatica lo ha visto protagonista nel film di Martin ScorseseIrishman” (2019), al fianco di Joe Pesci e dell’amico/rivale Robert de Niro.

E’ evidente che in questi 80 anni di vita, passo dopo passo, Al Pacino si è conquistato un posto fra gli immortali. In fin dei conti ci aveva avvertiti:

“Tu accontentati, io mi prendo tutto quello che posso.”
-“E cos’è che puoi prenderti?”
-“Il mondo, chico… E tutto quello che c’è dentro.” 

…E così è stato!
Buon compleanno leggenda!

Sara Brestolli

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