Tre manifesti a Ebbing, Missouri”  non ha fatto in tempo ad uscire nelle sale cinematografiche italiane che già fa parlare tantissimo di sè. Il nuovo lavoro di Martin McDonough ha già ottenuto 4 Golden Globe, il premio del pubblico al Festival di San Sebastian e di Toronto nell’anno appena finito. La storia inizia in tragedia, con il brutale omicidio della figlia di Mildred Hayes che, rimanendo inascoltata dalla giustizia locale, decide di affittare tre cartelloni pubblicitari per sollecitare le forze dell’ordine ad indagare sul caso che giaceva irrisolto ormai da 7 mesi. L’interpretazione di Frances Luise McDormand è da Oscar: sa ricreare con il suo corpo un contesto western senza risultare anacronistica.
È la ruralità di Ebbing, la cittadina in cui si sviluppa la perfetta sceneggiatura, a far sì che i fatti narrati cinematograficamente in questa pellicola siano avvicinabili per analogia ai capolavori di Sergio Leone. Già dal trailer emerge la possibile questione del razzismo, ma non viene volutamente approfondita: il focus è interamente concentrato sul dramma di una madre che non solo chiede giustizia per l’ingiusta morte di sua figlia, ma che è disposta a scavalcare ogni limite legale per vendicarla, persino agendo da sola. Per questo non è spiacevole vedere Frances scimmiottare la camminata di Wayne perché, come la maggior parte dei protagonisti western, è un’eroina che rischia di diventare una fuorilegge.
In un connubio di crudo realismo e sottile ironia, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è una commedia dalle tinte tragiche, in cui l’odio è una triste vicenda che copre l’umanità con una coltre di fuliggine più o meno spessa. Il gesto plateale di una madre che non si dà pace è come una soffiata d’aria sullo strato di cenere; fortunatamente riesce a sollevarla per scoprire gli altri colori dell’umanità. Chissà se la sua fatica verrà ripagata. Verrà proiettato sui grandi schermi d’Italia a partire da domani, 11 gennaio. Verosimilmente, varrà la pena scoprirne il finale.

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