Petit Paysan” è la nuova creazione dell’esordiente regista francese Hubert Charuel, che in madrepatria ha incassato già 4 milioni di euro. Un thriller che avremo la possibilità di vedere nelle sale cinematografiche italiane a partire dal prossimo 4 marzo, dopo che sarà stato alla Semaine de la Critique al Festival di Cannes.
Pierre (Swann Arlaud) è un eroe molto particolare. Non è un filantropo come Iron man o un giustiziere come Batman. Pierre è un allevatore di 30 anni, che eredita la fattoria dai genitori. Dovrà imparare a prendersi cura delle sue mucche pezzate, impresa in cui viene coadiuvato da sua sorella veterinaria. Con grandi sforzi e grande amore, riesce a rendere onore all’opera dei genitori in pensione, non lasciando in malora la fattoria che ha da loro ereditato. Riesce anche ad uscire dai limiti del commercio locale e a farsi riconoscere come uno zootecnico di sani principi etici in tutta la regione.
Ma cosa accadrebbe se “l’inverno sta arrivando” e quella che per gli umani è una semplice influenza per i bovini fosse una vera e propria catastrofe epidemica? Alla notizia delle prime morti vaccine in Francia, Pierre va nel panico e diventa iperprotettivo e assai scrupoloso nei confronti dei suoi animali. Purtroppo non riesce a scongiurare il contagio e l’ammalarsi della sua prima vacca è per lui una sconfitta per cui non ha nessuna intenzione di alzare bandiera bianca. È disposto a fare qualsiasi cosa per salvare le sue amate bestie, anche contravvenire ai limiti imposti da qualsiasi giurisdizione civile.
Lontano eppure tanto vicino ai super-eroi dei fumetti americani, “Petit Paysan” ha delle chiare componenti didascaliche che ci permettono di accostarlo alla funzione simbolica del mito. E per la società contemporanea non è strano pensare ad un veterinario come un eroe, vista la ritrovata sensibilità nei confronti degli animali, dei mammiferi in particolare.
C’è qualcosa in più in “Petit Paysan” che lo rende autentico: è l’aspetto autobiografico. Il regista sa cosa significa il sacrificio quotidiano di una famiglia che fa del benessere dei propri animali la sua fonte di guadagno, perché i suoi genitori avevano una piccola azienda casearia. E ricorda ancora la paura nei loro occhi nei primi anni del 2000, quando scoppiò il caso mucca pazza. Tanto vivido è rimasto nella sua memoria quel periodo di grande tensione, che evidentemente l’unica opzione era trasporlo cinematograficamente.

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