Death wish“, in Italia conosciuto come “Il giustiziere della notte“, è tornato dopo quarant’anni sul grande schermo. E ad interpretarne il ruolo principale è uno degli action man più amati del grande schermo: il celebre Bruce Willis.
Paul Kersey non è un architetto come il Charles Bronson di Micheal Winner, bensì un medico (chirurgo d’emergenza ad essere precisi). La versione data da Eli Roth di una sceneggiatura, ispirata all’omonimo romanzo di Garfield, è carica di contraddizioni espresse dal tema del doppio. Se nel primo quadro il dr. Kersey è fedele al giuramento d’Ippocrate per cui, sebbene non sia riuscito a salvare la vita ad un poliziotto rimasto coinvolto in una sparatoria, si dedica zelante ad evitare il peggio per l’omicida del casco blu. Dovrà passare attraverso l’esperienza della perdita per rendersi conto dell’elevato gradiente di ingiustizia che caratterizza il fato, apparentemente l’unico padrone della società insieme agli amministratori della malavita.
La perdita della moglie Lucy (Elisabeth Shue) e l’entrata in coma della figlia Jordan (Camila Morrone) lo trasformano in un angelo vendicatore, il giustiziere della notte appunto, nel vano tentativo di colmare le lacune del braccio armato del sistema giudiziario americano. In una Chicago vessata dalla criminalità armata, Paul si affaccia in uno spaccato suburbano in cui è la prepotenza a farla da padrona. Se da un lato alla produzione sembra non voler approfondire le possibili questioni sociali che spiegherebbero almeno in parte la reazione violenta dei ceti sociali più sofferenti, dall’altro abbozzano una tematica piuttosto spinosa.
Dall’inizio del film fino alla fine è centrale la detenzione dell’arma da fuoco. La scena si apre con una messa in onda radio in cui si lamenta proprio l’alto tasso di mortalità per sparatorie. Essendo chiaro che la polizia non possa essere onnipresente, sembra sollevarsi la questione della difesa personale. Un primo input Paul lo riceve dal suocero, in occasione della sepoltura della moglie in una remota cittadina del Texas. Poiché una coppia di bracconieri avevano ucciso un animale, il padre di Lucy gli fa capire che non sempre si può aspettare il corso della giustizia, ponendo fine alle sofferenze della bestiola morente. Nelle notti insonni che seguono la morte della moglie e nell’estenuante attesa di un cambiamento della condizione comatosa della figlia, si ritrova a visualizzare una serie di documentari sulla difesa personale.

Recandosi in un negozio di armi da fuoco, apprende la facilità con cui è possibile reperire la patente per la detenzione di una pistola o un fucile. È chiaro il riferimento alle polemiche attorno al Secondo Emendamento della Costituzione Americana. Tuttavia Eli Roth riesce a mantenere una certa imparzialità sulla questione. È vero che Paul decide in qualche modo di farsi giustizia da solo perché capisce che la sincera e buona volontà dei detective Raines (Dean Norris) e Jackson (Kimberly Elise) non sarebbe stata sufficiente a rendere giustizia alla morte di sua moglie. Tuttavia la resa italiana del soprannome del personaggio mascherato, il giustiziere della notte, che si aggira per le strade di Chicago a tutela dei più deboli, svela un connotato positivo del tutto assente nell’originale inglese Reaper, che letteralmente significa “mietitore“.
L’assonanza con Ripper, l’appellativo del Jack più sanguinario dell’Inghilterra vittoriana con lo scopo di ripulire le strade della capitale inglese dalle prove della sua ipocrisia. Interessante il fatto che il giustiziere della notte sia un chirurgo proprio come lo squartatore dell’altra parte dell’Oceano Atlantico. Ben lontano dall’addossarsi un onere simile, però, il mietitore di Eli Roth è solo un marito in cerca di giustizia, e se nel suo cammino ha ucciso qualcuno di diverso dai suoi obiettivi è stato più un bieco esercizio di violenza a cui il medico deve assuefarsi, essendo abituato a salvare vite piuttosto che a toglierle. Non ricerca neanche lo spessore di un Batman che aiuta le forze nell’ordine credendo nel sistema giudiziario. Perfino il persistente sottofondo radiofonico che commenta il suo operato non osa pronunciarsi sulle azioni del mietitore. Paul risulta, dunque, il ritratto perfetto della disillusa solitudine che connota l’individualismo contemporaneo. Tuttavia, fatta compiere al chirurgo la sua vendetta, Eli Roth fa citare a Bruce Willis il finale dell’originale versione del 1974: di fronte all’ennesima irregolarità sulla strada, da assolutamente disarmato, finge di sparare al delinquente. La scelta di lasciare aperto il finale almeno idealmente è una nota positiva per la quantità di contenuti socialmente interessanti che potevano essere approfonditi. È rincuorante sapere che i crimini di Paul Kersay, almeno possibilmente, non rimangono circoscritti ad una risoluzione esteriore di un dramma psichico.

Emanuela Colatosti

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