Oggi Spettacolo News vi propone un’intervista all’affascinante attore romano Maurizio Tesei,  attualmente nelle sale cinematografiche italiane con il nuovo film intitolato “Il contagio”.
La pellicola, diretta da Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, è stata presentata alla 74esima Mostra del cinema di Venezia nell’ambito delle Giornate degli Autori ed è tratta dall’omonimo romanzo di Walter Siti. Dopo aver lavorato in teatro e in televisione, Maurizio Tesei si è imposto nel 2010 anche a livello cinematografico, con il precedente lungometraggio diretto dagli stessi Botrugno e Coluccini intitolato “Et in terra pax”, in cui interpretava il ruolo di Marco.
Successivamente nel 2015 ha vestito i panni del “biondo” nel film “Lo chiamavano Jeeg Robot”, diretto e prodotto da Gabriele Mainetti, riscontrando un grande consenso di pubblico e critica.
A distanza di sette anni dall’uscita del film “Et in Terra Pax”, Maurizio Tesei si ritrova nella stessa ambientazione, ma a vivere storie diverse. Mentre In “Et in Terra Pax” per Marco nella sua vita e in quella dei suoi presunti amici nulla ha un senso, ne “Il Contagio”, Mauro cerca la sua realizzazione di “vita facile” perdendo la sua umanità. 

Come hai scoperto di voler fare l’attore?
Fin da piccolo in realtà. Quando si giocava c’erano quelli che volevano fare sempre i poliziotti, chi sempre i ladri, quasi tutti volevano fare i cowboy e quasi nessuno voleva fare l’indiano… Beh io volevo essere tutti! L’idea di “interpretare” un solo ruolo per tutta la vita mi è sempre andata stretta!

Ti abbiamo stimato nel 2015 nel film strapremiato e dal successo travolgente di Gabriele Mainetti nella interpretazione del “biondo” accanto al super eroe Claudio Santamaria e allo zingaro Luca Marinelli. Come è stato lavorare con loro?
Semplicemente fantastico! Mainetti ha dato la possibilità di lavorare molto di improvvisazione in fase di prove. Con Luca due mondi diversi a confronto uniti dalla stessa passione.

Chi secondo te oggi si può definire un super eroe?
Beh, chi riesce ad uscire da se stesso per dedicarsi al prossimo, nel quotidiano intendo. Oggi, a mio avviso, anche chi si ferma con l’auto per far attraversare un pedone è un super eroe. Ma il super eroe di sempre, l’intramontabile, il più forte di tutti è sempre la donna! Mamma, moglie e donna!

Da qualche settimana sei sul grande schermo con “Il contagio”, un film che racconta Roma con le sue storie di povertà, di amori e tradimenti. Quali sono secondo te le difficoltà maggiori che un individuo oggi si ritrova a vivere?
Il rapportarsi con una società menzognera. È una società che fa desiderare il superfluo, che sposta tutto più in là. Viviamo nel domani, ma un “domani” il più delle volte illusorio. È tutto concentrato sull’individualismo, regna sovrano sempre più il concetto di “mors tua, vita mea”, non ci si accorge di quanto poi questo ci faccia paura e ci indebolisca, come ci faccia sentire persone estremamente sole.

Ne “Il contagio” interpreti Mauro, un ambizioso spacciatore che comunque sente la necessità di una svolta. Cosa ti piaceva di questo personaggio?
Mi piaceva la complessità. Mauro è uno dai mille volti, che pensa di essere l’artefice delle proprie scelte, ma che in realtà è in balia degli eventi. Portare in scena questo doppio gioco presente nel personaggio è stato un bel lavoro.

C’è una scena che hai girato sul set che ti ha colpito maggiormente rispetto alle altre?
Senza dubbio i nove minuti del piano sequenza nella seconda parte del film. Adoro questo tipo di cinema, mai scontato!

Dapprima con “Lo chiamavano Jeeg Robot ora con “Il contagio”, Roma è un elemento centrale. Come vivi la città?
Come la maggior parte dei romani… Nel traffico!

Sei un uomo molto affascinante. Secondo te la bellezza è sempre un’arma vincente? Ti consideri un seduttore?
Beh, ti ringrazio, in realtà non mi sono mai considerato un seduttore. E comunque sì, la bellezza è senza dubbio un’arma e molto pericolosa!

Progetti futuri?
Work in progress!

                                                                                                                                              Patrizia Faiello

 

Photo: Daniele Butera
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