Vi è mai capitato di contemplare un’opera e nell’immediato percepire un mix di suoni? Capita che improvvisamente ci fermiamo, guardiamo ed ascoltiamo.
Ci sono opere che  riescono ad andare oltre lo sguardo e nel groviglio dell’emozioni e degli stimoli che si celano in quella tela ci sia il rumore, quel rumore che, come nell’arte di Domenico Marranchino, viene fuori.

Qua dentro c’è un grido!”. Una donna, senza curarsi di ciò che la circondava, ha iniziato ad urlare e ha esclamato tale frase alla vista di una sua opera durante una mostra. E’ stato questo il commento che ha colpito il Maestro più in assoluto. Quella donna aveva capito il suo dolore, l’aveva individuato nei suoi quadri.

Eppure ci sono speranza e luce nelle sue opere, dinamicità, flusso.

Nell’arte di Domenico Marranchino c’è una forte monocromia, supportata dalle sfumature eleganti ed essenziali del grigio. La scelta del nero con punte di bianco fa di lui oggi un artista raffinatissimo dall’intensa energia, che rende preda lo spettatore ipnotizzandolo davanti alla tela.

Il mercato di Brera, le lamiere, le città invisibili, la dinamicità, il tempo: tutto questo in una meravigliosa chiacchierata con il maestro Marranchino in cui emerge che “il bello deve ancora venire, laggiù oltre quei palazzi.“.

Com’ è cominciato il suo percorso artistico?
Tutto è cominciato nel 2007. Vede io parlo con lo stomaco, sono ventriloquo. Ho subito un intervento molto invasivo in seguito ad una grave malattia alle corde vocali. Il primo anno di convalescenza è stato senza parlare. L’arte per me è stata un rifugio. Sin da bambino ho sempre disegnato, dipinto, ricercato l’arte in ogni cosa, però poi la vita prende dei percorsi casuali, percorsi di incontri. Mi sono sposato giovanissimo diventando subito padre. Sono stato costretto ad abbandonare la pittura e ho cominciato a lavorare presso un’azienda. Solo nel fine settimana, quando avevo più tempo, mi dedicavo alla pittura, la mia vita è stata così per molti anni.

Fino a quando…
Sono sempre stato consapevole che questa sarebbe stata la mia strada, ma la vita non mi ha dato la possibilità di potermi esprimere subito al massimo. Se tu vuoi tanto dall’arte devi dare tanto! Non puoi pensare di realizzare il tuo dipinto solo il sabato e la domenica e pretendere di raggiungere dei grandi risultati, l’arte la devi vivere nel totale non può essere un hobby. Il talento deve essere accompagnato dalla tenacia, dalla passione…

Sullo sfondo dei suoi quadri c’è sempre una luce: possiamo associare questa luce per lei alla speranza?
Senza dubbio. Come se la luce, oltre quegli edifici, rappresentasse il bello della vita. Il bello è una strada di speranza e prima o poi arriva.

Altro elemento chiave è la dinamicità, che viene percepita come se rappresentasse lo scorrere inesorabile del tempo. Che rapporto ha con quest’ultimo?
Ho vissuto la vita molto velocemente e sento di aver vissuto molte vite senza fare mai la stessa cosa. Ora mi ritrovo a vivere da artista da oltre 10 anni, prima gestivo una grande impresa di costruzioni e ristrutturazioni, prima ancora lavoravo come manovale. Ho fatto cose molto diverse cambiando ogni volta con forte velocità. Siamo abituati a vivere tutto sempre in forma molto rapida. Anche il nostro pensiero viaggia ad una velocità incontrollata. Ho sempre associato questa velocità ai tempi moderni, ai telefonini, se pensiamo che siamo nell’era dell’online, della banda larga, tutto questo vivere di estrema immediatezza mi affascina e mi fa sentire più vivo.

C’è un’opera alla quale è più legato?
Non c’è un’opera in particolare, le opere sono come figli, indistintamente siamo loro legati. Ci sono dei periodi particolari. Dipingo su delle tavole di lamiere, queste lamiere mi hanno colpito proprio nell’essere. Camminavo in zona Brera dove c’è un mercato e quando  il mercato veniva smontato vedevo che restavano solo questi banchi vuoti. Ci sentivo il rumore e le voci delle persone che ci lavoravano dalla mattina alla sera. Vedevo queste tavole vissute e sono rimasto particolarmente affascinato. Da lì mi è venuta l’idea di dipingerci sopra la città. Quando sono arrivate queste lamiere in studio mi sono emozionato, ammetto che per trovarle è stata un’impresa ardua. Ho dovuto rincorrere il responsabile del mercato per far sì che quelle lamiere usate, con tanto di tempo vissuto, fossero in mio possesso. Oggi queste lamiere sono dislocate in tutto il mondo e di recente una di queste è finita in un’ importante casa di New York.

Città invisibili 6 – Olio su lamiera

Lei ha dipinto nelle sue “città invisibili” varie città come Milano e New York, ma c’è una città che ha a cuore e che vorrebbe immortalare in una sua opera?
Avevo programmato di andare a Parigi, è una città che mi emoziona e che avrei voluto fosse musa anch’essa della mia arte. Poi è scoppiata la pandemia e tutto si è fermato. Io in quei giorni mi trovavo a Palm Beach per un’importante fiera, purtroppo tutti i risultati raggiunti non si sono più concretizzati. Non appena, però, si potrà tornare a viaggiare mi sono promesso che Parigi sarà la mia meta, con i suoi meravigliosi palazzi, i suoi boulevard… E poi mi piace molto la pittura di Pizarro, adoro la sua arte, il suo sguardo artistico, i suoi lavori hanno un meraviglioso movimento.

Un’ultima domanda Maestro. Lei ha raccontato di essersi messo in gioco molte volte nella vita, dimostrando coraggio e determinazione. A chi vuole intraprendere questo percorso quale consiglio sente di dare?
E’ una domanda molto complicata. Per come la interpreto io, l’arte è tutto. Bisogna abbandonarsi completamente ad essa. La mia vita oggi è impregnata di arte. Quando ero più giovane dipingevo con sporadicità, ma quello non era fare arte, non era confrontarsi con la tela. Oggi il mio rapporto è totale, quello che faccio oggi è una ricerca interiore che non sempre va subito sulla tela. Prendiamo quelle lamiere… Se fossi stato più famoso potevo esporle senza dipingerci sopra niente, perché c’era già tutto lì: le cicatrici, scarico e carico, la gente, le urla. Ci vedevo già tutto, solo che io non ero pronto per andare in quella direzione e così ci ho dipinto sopra, in modo tale da poter raccontare così una via distorta. In poche parole ho osato, conferendo alla mia arte a quegli strascichi di vita quotidiana.

Sara Brestolli

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