Dopo 6 anni di chiusura forzata, il Museo Nazionale di Damasco riapre al pubblico, sancendo l’importante passo della Siria fuori dagli orrori di una guerra civile durata 8 anni.
Il museo, aperto nel 1936, offre dal 2012 i propri sotterranei come rifugio agli oltre 300.000 reperti che le Autorità archeologiche hanno prelevato dai Musei provinciali, da Raqqa e Deir ez-Zor, da Hama a Homs ad Aleppo.
Rimasto perciò chiuso per tutto questo tempo, il Museo Nazionale di Damasco torna ad accogliere il pubblico e, come annunciato dal capo della Direzione generale per le antichità e i musei della Siria, Mahmoud Hammoud, comincia riaprendo le porte di 4 delle 5 sezioni del museo dedicate alle età preistorica, storica, classica e islamica.
La riapertura è un messaggio di garanzia di sicurezza per la Siria” – commenta il ministro della Cultura Mohamed al-Ahmad. Questa riapertura simboleggia a pieno titolo la volontà di rinascita della Siria, che vuole ripartire dal proprio mondo storico-artistico, che vede in questo atto un importante momento di riconciliazione e di speranza e che per tutti questi anni non ha mai smesso di considerare con la giusta importanza tale sfera culturale. Al ripristino del Museo alla sua funzione originaria, infatti, si accompagna un aggiornamento significativo del suo patrimonio, grazie alle opere di restaurazione di alcuni manufatti inediti, portate a termine durante questi anni con l’aiuto dell’esercito siriano fedele al presidente Assad, con il sostegno delle iniziative del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, con la collaborazione di importanti istituzioni giapponesi e con l’interessamento da parte di archeologi occidentali appassionati di civiltà siriane.
È questa Siria, rappresentata dal Museo in riapertura, quella stessa Siria che, come gesto di grande cura e di coscienza, aveva deciso di preservare la materialità della propria dimensione culturale per il timore che attacchi terroristici o atti criminali potessero continuare a deturparla e che ora porta nel Museo Nazionale di Damasco, a testimonianza dell’orrore di questi anni, anche i reperti e le bellezze della città di Palmyra, tristemente danneggiata dal conflitto iniziato nel 2011.

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